Reddito di sudditanza

Il reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle è diventato lo scalpo da agitare dinanzi agli elettori che parrebbero iniziare a storcere la bocca di fronte all'alleanza con Salvini. Neanche troppi per la verità, ma in momenti di magra elettorale meglio tenersi buoni anche le piccole sacche di elettorato. Il grande mantra del pentastellismo militante, tuttavia, incontra ripetutamente ostacoli proprio a causa di quell'alleanza di cui sopra: la trazione leghista del Governo è evidente, altrimenti non si spiegherebbe il ruolo così rilevante in un esecutivo di un partito arrivato, comunque, sotto al 20% a livello nazionale. 
È molto difficile, per chi scrive, comprendere come un governo venga detto "del cambiamento" con ministri berlusconiani e leghisti e dall'altra una forza politica certamente opportunista ma che ha fondato il suo consenso proprio sulla contrapposizione corruzione/legalità, dove il primo termine di paragone è rappresentato in primis dalle forze di centrodestra. Dal PD si affrettano, senza poca fantasia e minima elaborazione (dalle parti del Nazareno non c'è mai stata), a bollare come "marxista" il reddito di cittadinanza. Col marxismo la proposta del cinque stelle c'entra veramente poco. Tuttavia è bene chiamarla per quello che è: reddito di sudditanza. L'obiettivo finale è rappresentato dai consumi, non dal lavoro: il sussidio viene elargito solo per far ripartire i consumi, dunque in un'ottica tutta capitalistica  e consumistica che niente ha a che fare con la (ri)collocazione o l'occupazione nel vero senso della parola. Quello che fa davvero paura al capitale è la piena occupazione, il lavoro e la lotta per il salario minimo a parità di ore lavorate. Il reddito è solo di sudditanza, altro che cittadinanza.

Ci sarebbe da ridere...

Si dice ultimamente che non si deve guardare all'ideologia, o pensare ideologicamente a qualcosa, perché essa è foriera di slogan e non di proposte concrete. Lo dice il Movimento 5 stelle fin dalla sua fondazione, tanto che l'espressione «né di destra, né di sinistra» è entrata nel frasario di chiunque simpatizzi o militi nel movimento. Lo dice la Lega, già Lega Nord, che bisogna guardare «alle cose concrete». Lo dice, ovviamente, anche il PD. Se mi mettessi a cercare bene nei comunicati stampa pre-elettorali sono sicuro che riuscirei a prendere anche una dichiarazione di LeU (sempre che esista ancora), di Fratelli d'Italia o Sinistra Italiana in cui ognuno di essi si dice postideologico. Oltre l'ideologia, ovvero: adesione totale al pensiero dominante. Lo stesso Salvini, il 2 maggio, in visita a Euroflora, riguardo la formazione del governo, se ne uscì con «saremo un governo liberale e democratico» (dal 12:30 https://www.radioradicale.it/riascolta?data=2018-05-02). 
Si auto-identificano oltre-ideologici tutti gli esponenti politici dell'arco parlamentare, in buona sostanza. 
Osservare dall'esterno quel che accade all'interno dei palazzi è molto istruttivo e certamente formativo: recentemente il PD ha ingaggiato la battaglia contro «il governo liberista» (vd fine post) di Lega e 5 Stelle, è sceso in piazza per «Difendere la Costituzione» e inizierà «un'opposizione dura». Non spetta a me babbiàre (come scriverebbe Camilleri) un'organizzazione politica che fino a 6 mesi fa iniziava una polemica stucchevole e inutile riguardo il referendum costituzionale. A nessuno sfuggirà il polverone alzato dal (fortunatamente) ex Ministro Boschi quando disse dei «veri partigiani che vogliono il cambio costituzionale» contro le forze «neofasciste e populiste che la vogliono immutata». Fosse un paese normale i commentatori politici, gli editorialisti e perfino gli showman che si dicono giornalisti, coi loro programmi urlati in prima serata che tanto piacciono alla gente, commenterebbero che al peggio non c'è mai fine e riderebbero di iniziative tardive e risibili come i tweet del Pd contro il "governo liberista" di cui sopra. Come se il governo Letta-Renzi-Gentiloni fosse stato il socialismo.
Ci fossero ancora giornalisti (o anche politici) che interpretino ideologicamente i fatti, ci sarebbe da ridere. Purtroppo c'è solo da piangere.

Il Capitale agisce: isteria e lucida razionalità

Lo spread visto da Diego Bianchi - Zoro (fonte: «Il Post»).
Lo spread è altissimo, lo spread si abbassa, lo spread aumenta e si stabilizza: 187 punti base. «Dobbiamo aver paura?», chiedeva qualche giorno fa Giovanna Reanda di Radio Radicale ad un giornalista di «Avvenire» in collegamento dal Quirinale, subito dopo la conferenza stampa di Luigi di Maio. Il giornalista di «Avvenire», Picariello, rispondeva così: «Il problema è tutto proiettato su conti ed economia ed è notevole: quello che arriva dai mercati attraverso lo spread è un segnale inequivocabile». Un segnale inequivocabile che ieri mattina veniva ricordato anche dal «Quotidiano Nazionale» (ovvero la testata che comprende «Nazione», «Resto del Carlino», «Il Giorno») che pubblicava un'infografica molto utile per la comprensione del fenomeno "spread", di cui improvvisamente si è di nuovo tornati a parlare. Nel 2008, si legge nell'infografica, lo spread era di 37 punti (Governo Prodi), in tre anni arriva al massimo storico (574 punti) sotto il Governo Berlusconi, scese col Governo Monti (287 punti), scese ancora con Letta toccando il minimo con Gentiloni (a Giugno 60 punti), nonostante si vede che sotto Renzi fosse arrivato a quasi 80 punti. Siamo di nuovo di fronte alle agenzie di rating che elaborano il fattore  di "rischio paese" e iniziano la speculazione finanziaria conseguente: non sono un economista, ma la storia è sempre la stessa.

La stessa da quando JPMorgan (nel 2013, in questo documento) disse che le Costituzioni dei paesi "euromediterranei" mostravano «una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo» perché quei sistemi politici «sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature e sono rimasti segnati da quell’esperienza».

Il capitale agisce nervosamente armandosi di lucida razionalità consegnando agli strumenti di propaganda massmediatica nazionale e internazionale l'ideologia dominante della governabilità, facendo in modo che gli emissari della "nuova politica" si preoccupino di farsi portavoce del "superamento delle ideologie", che si traduce nell'approvazione del pensiero unico 10 volte su 10.

Il capitale agisce e attraverso la propaganda inculca quel concetto prima esposto (la governabilità) nei confronti degli elettori, dei (s)cittadini, degli italiani tutti. Se il capitale re-agisce, la politica si adegua: Salvini e Di Maio partono incendiari e fieri ma arrivano pompieri proponendo un nome come quello di Conte che si tradurrebbe in un Monti bis, senza troppi giri di parole. Un po' come la Le Pen che è partita con l'uscita dall'Euro ed è arrivata a dire come «l'uscita dall'Euro non è più una priorità».
La popolazione, tuttavia, è allo stremo (soprattutto da un punto di vista psicologico) e tremendamente confusa, dunque non comprende realmente quel che accade nell'oggi e nell'attuale: qualora il cosiddetto "governo gialloverde" dovesse insediarsi avrà modo di rabbonire una fetta consistente di popolazione attraverso proclami, spot, briciole da dare a chi sta peggio per compensare l'introduzione dell'ingiusta flat tax. Non mi stupirebbe sentire già qualcuno per strada affermando cose tipo: «Hai visto? Il governo di Salvini e Di Maio m'ha dato il sussidio x/y per la tale cosa», senza contare che non c'è nessun governo e che magari quella domanda l'aveva inoltrata un anno e mezzo fa. Cose di questo genere. [Il post è volutamente tronco e finisce così senza "lieto fine", anche perché non credo ce ne sia uno].

Il dito, la luna, il bus in fiamme, la Raggi, l'Atac e la privatizzazione taumaturgica.

Più pensavo ad un titolo e più non mi veniva in mente davvero nulla di costruttivo se non questo. Non sono mai stato un titolista, questo c'è da dirlo.


La grande stampa è alla costante ricerca dello scandalo e della titolazione sensazionalistica che colpisca, che faccia vendere copie, che crei visualizzazioni sul sito piuttosto che appurare la veridicità di un dato fatto (si può sempre fare dopo con un errata corrige che non leggerà nessuno) oppure che lo interpreti in modo da mostrare una verità "altra" rispetto alla realtà dei fatti.
Le motivazioni di quest'ultima iniziativa editoriale, chiamiamola così, comune a tutti i grandi e medi editori (nessuno escluso) di quotidiani cartacei, hanno un fine latentemente politico: l'episodio del bus in fiamme di qualche giorno fa, ad esempio, è a dir poco eloquente. La stampa indica il bus in fiamme descrivendo i fatti e arrivando alla conclusione che l'Atac è certamente in rosso, che è una vergogna che i mezzi pubblici della città di Roma versino in una condizione da ottavo mondo (magari facendo anche parlare qualche esponente radicale dato il referendum imminente) e poi arriva alla conclusione politica affermando come la Raggi abbia dichiarato che i bus in fiamme sono «comunque meno del 2017», ridicolizzando ulteriormente l'affermazione (già di per sé risibile).
La storiella del tizio che indica la luna e lo stolto guarda il dito è applicata alla perfezione, confezionando un pacchetto di disinformazione, speculazione politica e ristrettezza di visione del reale consegnandola a chiunque (nel senso più totale del termine) che ne può porre e disporre come peggio crede.
La realtà, però, è un'altra. I bus vanno in fiamme perché la Corpa, azienda che si occupava della manutenzione dei bus di Atac, non s'è vista rinnovare l'appalto e ha licenziato i suoi dipendenti. Gli autobus di Atac viaggiano senza manutenzione. Questo è il fatto, ed è gravissimo che si stia speculando sul bus in fiamme per non dire che più di cento lavoratori che operavano nella manutenzione degli autobus hanno perso il lavoro (mansione utilissima, vien da sé la considerazione).

Il clima che si sta creando attorno alla presunta necessità di privatizzazione del trasporto pubblico è palese e la questione del bus in fiamme, trattata come è stato fatto dalla stampa italiana, ha finito per essere il più grande regalo alla campagna di Radicali Italiani per la «messa a gara del servizio di trasporto pubblico». Questo perché non si è posto un serio dibattito sulla questione di Atac, sulla sua gestione e sulle esternalizzazioni ma ponendo solo l'accento sul debito dell'azienda.

Roma segna il passo: la soluzione per la sinistra è il centro sinistra (e non è una battuta triste, purtroppo).

Il giorno dopo le elezioni, specie a sinistra, si inizia a tirare le somme delle esperienze fallimentari che hanno portato questo o quel rassamblement alla sconfitta elettorale: da circa una ventina d'anni si procede in questo modo. Nel momento in cui, però, ogni organizzazione politica diventa residuale e non è più in grado né di parlare ad una propria comunità di riferimento, né all'esterno, nascono delle creature ibride e indefinite che hanno come intento (dichiarato) quello di ricostruire un patrimonio umano, politico e sociale che sentono slabbrarsi, mentre quello reale è solo il traghettare del (anche poco) consenso verso un altro progetto politico più grande che niente ha a che vedere con quell'intento sopra espresso. Associazioni, movimenti, comitati, questi gli ibridi che nascono: non sempre sono strutture definite e hanno confini impalpabili. La generazione dei trentenni, che si avvia ormai ad essere dei quarantenni, non ha avuto la gloria che sperava nell'opportunismo politico messo in atto in questi anni: le esperienze di Sel, Tlit!, Act!, L'Altra Europa con Tsipras, la neonata Futura,  insegnano. Ecco perché, quegli stessi dirigenti ed esponenti delle fu organizzazioni sopra citate, danno vita ad ulteriori contenitori per poter rilanciare un "rivoluzionario progetto" che certamente sarà compreso da ogni elettore: il centrosinistra. E non è una battuta.

Questa è la ricetta magica del cosiddetto movimentismo all'italiana o di chi ha "compreso" la residualità della sinistra in Italia. Si giustifica tutto questo affermando frasi senza senso come «si deve entrare nel partito x/y [che in questo caso è il PD] per spostarlo a sinistra», oppure, la più bella «io mi candido nel PD ma è una scelta personale, per dare uno scossone: pensa quando entrerò nelle istituzioni, avranno una spina nel fianco». O, ancora, le sempreverdi dichiarazioni di Vendola riguardo la collocazione che, secondo lui, avrebbe dovuto avere la sinistra italiana al Parlamento Europeo: «non con Tsipras ma neanche contro Shultz», un capolavoro.
Di solito, in ogni caso, il fianco "spinato" è lo stesso di chi ha pronunciato la frase, anziché quello evocato: nel giro di poche settimane il tale si renderà conto dell'impossibilità di compiere quel che diceva di fare ma continuerà opportunisticamente a sfruttare il refrain.
Entrare in un'organizzazione, carprirne le contraddizioni, aprirle e porsi alla testa del dibattito che porterà al cambiamento della stessa è la massima aspirazione di un comunista. Solo che il termine di paragone, per questa sempregiovane leva di dirigenti (nazionali e locali), è il Partito Democratico, come prima detto.

Nel corso delle elezioni primarie per i municipi VIII e III di Roma, infatti, la nuova strategia politica dell'opportunismo romano, anticamera di quello nazionale, è stata doppia: entrare a far parte in prima persona delle primarie con propri candidati (nell'VIII), sostenere ex assessori della giunta Marino (Caudo). Il fine: rilanciare esplicitamente il centrosinistra. Una ricetta nuovissima e approvata più volte dall'elettorato, come è noto a tutti!
La teoria dell'agire locale di movimenti, centri sociali e affini sembra essere davvero sfuggita di mano: si vorrebbero convincere lavoratori, pensionati, disoccupati, studenti a votare le organizzazioni che più hanno distrutto lo stato sociale, il lavoro, la scuola, le pensioni solo perché c'è una bella faccia diversa come candidato. La soluzione, insomma, non è quella di creare un blocco sociale, dar vita ad un progetto alternativo o contribuire a dar forza ad altre organizzazioni d'alternativa che si sono messe in cammino recentemente o da tempo o chessò io, nient'affatto: la soluzione è l'alleanza col Pd. Ci vuole veramente una faccia di bronzo colossale. 

Bullo a chi?

Si è fatto un gran parlare sui giornali, sulle aperture dei Tg e non solo, dello show di Berlusconi al termine delle consultazioni della coalizione a tre Berlusconi-Meloni-Salvini. Molto rumore per nulla. La questione diventa interessante dal momento che qualsiasi commentatore, così come la stampa tutta, è caduta nel giochetto del vecchio Silvio.

«Fate i bravi», dice silvione alla stampa,  «sappiate distinguere chi non conosce l'ABC della democrazia» con chi invece la conosce bene, con evidente riferimento ai cinque stelle prima e alla coalizione in cui è inserito anche il nostro, «sarebbe ora di dirlo chiaramente a tutti gli italiani».
Pare che Di Maio si sia alterato alla battuta di Berlusconi, pare che tutto il mondo abbia rivolto l'animo a quei cinque secondi al termine della conferenza stampa più che a quest'ultima.
È evidente che la stampa italiana, presa da fremiti gossippari, non sia in grado di distinguere l'importanza di una conferenza con un lampo di un attempato signore che, per quanto influente, era in evidente stato di eccitazione da mancata considerazione del suo ruolo da parte di politica e giornalisti. Un po' come quando i bambini pronunciano «mamma mamma mamma mamma mamma mamma» a ripetizione tirando la vestaglia della genitrice in cerca d'attenzione e, una volta ottenuta la parola, dicono cose a sproposito.  La notizia sarebbe dovuta essere, per l'appunto, l'andarsene di Salvini e Meloni che provano a frapporsi fra silvione e il microfono, data l'evidente smania da decenne che quest'ultimo ha nello scansare i due. 
Gli istinti gossippari, di cui sopra, prevalgono e fa notizia Berlusconi. Perché lui, volpone, sapeva che della conferenza stampa non avrebbe parlato nessuno e di lui ne avrebbero scritto tutte le testate: come a dire: «siete stati anni a dare del bulletto a Renzi ma non avete fatto i conti con me, io sono il più bulletto di tutti»

Lo Zio Sam ci riprova: il Congresso USA tenta di mettere fuorilegge l’opposizione a Israele e il movimento BDS

Il Congresso americano ci riprova: il Movimento BDS contro Israele dovrebbe essere illegale, secondo i presentatori del disegno di legge presentato in Aula.
«Qual è stata la risposta del Governo degli Usa al massacro di Gaza? Proteggere Israele», è quanto scrive David Havranek su «Liberation News» il portale online d’informazione del PSL, aderente ad AnswerCoalition. «Il disegno di legge, ora in discussionesancirebbe l’opposizione a Israele, il movimento BDSfuorilegge».

Le reazioni

Più di 100 organizzazioni hanno protestato contro la legge dichiarandosi a favore dello Stato Palestinese e per il Diritto al Ritorno: «In una nota pubblica – recita l’articolo – più di cento organizzazioni nazionali e statali hanno inviato un memorandum al Congresso americano in cui si afferma come il disegno di legge sia opprimente e diretto al movimento BDS e abbia lo scopo di soffocare la libertà di parola». Per non parlare, poi, delle pene previste nel disegno di legge per coloro i quali non vi si atterranno: «sono estreme», ha scritto Havranek. La coalizione in opposizione al disegno di legge è molto composita: tra i 100 gruppi che vi hanno aderito si trovano partiti politici, osservatori palestinesi, pacifisti, attivisti per i diritti civili e anche organizzazioni religiose progressiste.
Ben Wizner, dell’American Civil Liberties Union, ha dichiarato come il disegno di legge in questione sia «anticostituzionale» perché «cerca di imporre le opinioni politiche del Governo a tutti gli americani che scelgono di esprimersi attraverso i boicottaggi». Non solo, ma la legge «punisce i partecipanti ai boicottaggi politici in violazione del Primo Emendamento».
Un passaggio della nota pubblica spiega: «Negli ultimi due anni 24 stati americani hanno emanato leggi volte a punire partecipazione e boicottaggio politico per gli attivisti che si battono per i diritti dei palestinesi. Insieme a queste leggi statali, il provvedimento [in discussione ndt] produrrà effetti molto gravi in tutto il Paese nei confronti di chi si batte per il boicottaggio – forte del Primo Emendamento – e nei confronti di chi si vorrà avvicinare al Movimento BDS per saperne di più».
Anche il rabbino Joseph Berman di Jewish People for Peace, importante organizzazione facente parte del movimento BDS americano e firmatario del memorandum, definisce la legge una «gag bill» [legge farsa ndt], progettata per «proteggere le compagnie statunitensi che traggono profitto dagli insediamenti israeliani nella West Bank e dall’occupazione militare».

Articolo pubblicato su Pressenza

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