Venezuela: l'opposizione brucia le persone in piazza, l'UE la premia

Ieri ho appreso che l'opposizione venezuelana verrà insignita del premio Sakharov «per i diritti umani» ( su cui già ci sarebbe da dire ampiamente sulla sua assegnazione e sul 'premio farsa' che è) il 13 dicembre presso la sede di Strasburgo dell'Europarlamento.

A tal proposito, l'intervento dell'Eurodeputato di Izquierda Unida Javier Couso in poco più di due minuti, destruttura ogni singola menzogna sul Venezuela. Il video è in spagnolo ma l'ho tradotto (non è così incomprensibile quel che dice).

«Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui si può entrare ed uscire liberamente dal Paese per criticare il Governo. Mi ricordo del franchismo, sono nato ai tempi della dittatura fascista spagnola e gli oppositori quando uscivano dal Paese venivano carcerati, fucilati e torturati. A migliaia.
Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui si sono tenute 20 elezioni nel corso di 18 anni (2 perse dal Governo).
Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui ci sono partiti legali.
Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui ci sono mezzi di comunicazione (privati ndt) che criticano il Governo.
Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui in un potere nazionale come il CNE (Consiglio Nazionale elettorale ndt) l’opposizione celebra le sue primarie (prima di quelle farsa svoltesi in strada in cui c’è stata prova del voto drogato ndt).
Penso che quello che si verifica dal 2002 è un tentativo di destituire il Governo con la forza.È un atto gravissimo, dato che si invoca la delegittimazione e il rovesciamento del governo e si incita alla violenza i sostenitori di tale sovversione. 

Sono proprio rammaricato che questo signore (parlamentare europeo indicato da Couso probabilmente e verosimilmente di schieramento avverso al GUE ndt) non condanni la distruzione dei trasporti pubblici, l’utilizzo di minori nelle strade, la devastazione dei camion che portavano il cibo oil rogo pubblico di persone perché sospettate di essere ‘chaviste’».
Il rogo del ragazzo sospettato di essere 'chavista'.
Questa è la democrazia e quel che si dice 'opposizione democratica' per l'UE


Perché la DDR cadde "per la cioccolata e per i jeans" | Revisionismo for dummies

Quando con Fabio abbiamo scritto Calcio e Martello, in uno dei nostri scambi (poi tramutato in un Discorso da Bar) c siamo ritrovati sulla stessa posizione, come spesso accade, riguardo la DDR e l'URSS. O meglio, su come la propaganda occidentale abbia mitizzato nel ridicolo la caduta dei due paesi socialisti. Se si andassero a riprendere i giornali (anti-comunisti e non, progressisti o democristiani) dei paesi del Patto Atlantico, la DDR era considerata un irremovibile moloch che aveva una mancanza strategica e evidente nella sua economia: la cioccolata (!). 
A questa retorica, ovviamente, seguitano anche le posizioni di accademici che tengono corsi (magari di Storia contemporanea o Geografia) nelle varie università italiane i quali, con evidente nonchalance affermano tutt'ora che l'URSS era «evidentemente in crisi negli ultimi anni della sua vita: pensate che nei negozi alimentari mancava il salame, mi ricordo si facevano lunghe file nei pochi 'alimentari' disponibili per comprare il salame, in quei pochi esercizi commerciali che ancora ce l'avevano».

Evidentemente (sono sarcastico, eh) dei beni di prima necessità, insomma. 
La cioccolata, il salame e magari un paio di jeans all'americana, o all'occidentale come si diceva nei paesi socialisti. 
Come se, davvero, dei paesi cadono per la cioccolata e il salame, un paio di jeans, e non a causa delle ingerenze esterne (si vedano i fiumi di dollari dati all'Ungheria negli corso degli che deprimevano e alteravano l'economia socialista - un po' come quello che sta succedendo col 'dolarparallelo' in Venezuela), il revisionismo, la guerra economica etc etc. 
Per alcuni contano, purtroppo, salame cioccolata e vengono presi in considerazione come dei dati storici quasi incontrovertibili in un dialogo con un interlocutore B, ad esempio. 

Un po' come quella puntata di Futurama in cui c'è Fry che vuole andare sulla luna (dato che la Planet Express aveva una consegna da ultimare proprio sul pianeta) perché da piccolo aveva mitizzato l'arrivo dell'uomo su di essa. Arriva lì, e, deciso ad intraprendere il percorso guidato alla scoperta della colonizzazione lunare, si rende conto che la guida turistica si basa su fatti storicamente errati fatti passare per reali (leggasi: revisionismo for dummies): dai crateri lunari spuntano una sorta di eschimesi (!) che canticchiano Peschiamo dall'igloo, balene o su per giù non c'è neanche una sogliola e i pinguini fan cucù
Lela, la mutante/umana che accompagna Fry, canticchia l'assurda canzone e ammonisce l'umano degli anni '90 che dice come non sia andata così la Storia. Tutti non la pensano come lui, evidentemente. 

Il fat(t)o però vuole che in questi giorni mi trovi all'archivio del Manifesto per il lavoro di ricerca in vista della tesi di magistrale. Apro un falcone che contiene i giornali del 1995. Mi capita l'occhio su questo trafiletto intitolato «Per trovare lavoro nella ex-Rdt (Repubblica Democratica Tedesca)»
Questo, il testo. 
«Berlino - I risultati di una inchiesta nel Brandeburgo, la più grande delle regioni della ex-Rdt, sul forte aumento di donne che decidono di sterilizzarsi (da 800 nel '91 a 6.000 nel '93) indica tra le cause più frequenti i timori legati al posto di lavoro. Fonti ufficiali calcolano che nella ex-Rdt la disoccupazione reale (15% della forza lavoro) e quella camuffata da interventi sociali di sostegno, colpiscano in totale 2,2 milioni di persone. E fra le motivazioni che hanno spinto alla sterilizzazione le quasi 300 donne interpellate nell'ambito della ricerca, il timore di perdere o di non riuscire a trovare un posto di lavoro a causa di gravidanze ha sempre "giocato un ruolo" precisa la ricerca. "Nessuna di loro, però, ha detto di essere stata spinta a farlo da datori di lavoro"».

Ecco. La RDT sarà anche caduta per la cioccolata o per un paio di jeans, ma almeno non ci si sterilizzava per paura d'essere licenziate. Ma tant'è.

Il 'Rosatellum'

Qualche settimana fa scrivevo uno di quei miei pipponi su Pressenza. Scrivevo a proposito del cosiddetto Rosatellum, del perché non è una legge democratica e che non garantisce rappresentanza e rappresentatività. Una legge come molte altre negli ultimi decenni: a-democratica.
Mi era venuto in mente di riportare integralmente l'articolo, ma siccome è un po' lungo e la gente oltre le quattro righe non legge più, mi limito a mettere il link qui sotto.

«Non è antidemocrazia, è solo il Rosatellum, bellezza» - https://www.pressenza.com/it/2017/10/non-anti-democrazia-solo-rosatellum-bellezza/

«Ballata di un amore italiano» di Daniele Longo. Nostalgia agrodolce di un paese oggi smarrito ma che ha conosciuto tempi migliori

Ho ritrovato, per puro caso, sbirciando tra i backup del computer, il primo articolo che ho scritto per 'il manifesto', il 31 dicembre 2011. Un momento prima, in sostanza, che il quotidiano fallisse e rinascesse con la nuova cooperativa 'il nuovo manifesto' la cui storia è nota ai più. 


«La Ballata di un amore italiano non nasce libro - spiega l'autore - ma testo teatrale per uno spettacolo che scrissi qualche tempo fa». (Ballata di un amore italiano, Davide Longo, Feltrinelli, pp. 111, euro 12). Longo, infatti, prima di romanziere, nasce come sceneggiatore di teatro e di programmi radiofonici. La sua ballata prende forma durante la frequentazione della scuola di scrittura Holden di Torino. Doveva essere portata in teatro, ma poi è diventata «radiodramma in cinque puntate» con tanto di voce di Natalino Balasso. Ma poi, lavorando e meditando più e più volte sul testo, tagliando e cucendo varie parti, ne è uscito fuori un rommanzo con l'ambizione di essere innovativo, perché alterna prosa e versi.
Un prosimetro? Non proprio. Semmai, un romanzo che vuole intervallare delle parti in prosa a delle parti in rima in cui Renata, protagonista della scena principale delle pagine, parla con se stessa o forse parla anche con qualcuno ma che non sta ad ascoltare. Un dialogo con se stessa, magari una confessione. Tutto si apre con delle prove, il sound check dell'orchestra che accompagnerà Checco, l'altro protagonista, e Renata per tutta la durata delle centosei pagine del libro. Le pagine scorrono in fretta, una dopo l'altra come le canzoni suonate dall'orchestra (a volte denominata con una punta di disprezzo «orchestrina»), brani che riportano i due protagonisti ai tempi lontani della loro gioventù. Passano i secondi, i minuti delle canzoni come i ricordi e allora via con la carrellata di «amarcord» che fa tornare Checco in decappottabile e Renata lasciata sola durante le nozze proprio dal novello sposo. Motivi di lavoro, perdonati, ma riaffiorano tutti, senza alcun rimpianto o nessun tipo di rimorso. C'è solo il ricordo di qualcosa che non c'è più. «Un altro giorno è andato / la sua musica ha finito/ quanto tempo ormai passato, passerà», scriveva il cantautore Francesco Guccini. 
Longo percorre le canzoni di un'Italia che ha conosciuto tempi migliori, come l'amore di Checco e Renata che però a distanza di anni rimane solido perché hanno voglia di riscoprirsi. Lui che litiga con la famiglia di lei, la abbandona durante le nozze, ha ancora qualcosa da dire e, mentre la cantante dell'orchestra si destreggia tra un sol diesis e un la minore, Checco e Renata giocano a chi si ricordava più dettagli del primo giorno in cui si sono incontrati o com'erano vestiti alla festa di chicchessìa e via dicendo. Giocano a fare i ragazzi, forse lo sono ancora sotto la loro età anagrafica che si può solo percepire. Giocano a fare gli innamorati. Il tutto intervallato con momenti di riflessione in versi, momenti in cui l'autore taglia con l'accetta il tempo trascorso, la notte che Renata ha trascorso da sola a Capri perché Checco doveva tornare indietro. Alle canzoni, ai ricordi, al tempo trascorso, ai numerosi alcolici, si aggiunge il ballo, altrimenti che «ballata» sarebbe? 
Ballando tornano indietro nel tempo, si rivedono giovani, attirando gli sguardi degli altri mentre ondeggiano tra una nota e l'altra. Ma a loro non importa.

«Un buffo del varietà nella parte di un sergente»

Elsa Morante
Ogni tanto, per ridere un po' della loro imbecillità, vado a spizzàrmi (*) le pagine dei vari gruppetti neofascisti di Roma Est. Uno di questi, di Torre Angela, posta continuamente locandine che in altri tempi sarebbero stati dei manifesti. Una di esse recitava, più o meno: «Lepanto: li abbiamo vinti allora, li vinceremo oggi», alludendo alla Battaglia di Lepanto in cui la cristianità sconfisse il moro
Mi è sembrata una locandina talmente ridicola da essere calzante con la descrizione del loro capo, mirabilmente descritto dalla Morante in La storia, volume che sto leggendo adesso in colpevole ritardo. 

«[...] Nell'aula dove essa insegnava, proprio al di sopra della sua cattedra in centro alla parete, stavano appese, vicino al Crocifisso, le fotografie ingrandite e incorniciate del Fondatore dell'Impero e del Re Imperatore. Il primo portava in testa un fez dalla ricca frangia ricadente, con in fronte lo stemma dell'aquila. E sotto un tale copricapo, la sua faccia, in una esibizione perfino ingenua tanto era procace, voleva ricalcare la maschera classica del Condottiero. Ma in realtà, con l'esagerata protrusione del mento, la tensione forzosa delle mandibole, e il meccanismo dilatatorio delle orbite e delle pupille, essa imitava piuttosto un buffo del varietà nella parte di un sergente o un caporale che mette paura alle reclute [...]».

(*spiz-zà-re: v.tr. nell'uso corrente, voce verbale che si usa nell'ambito di un determinato uso dei social network. Tale uso sta ad indicare l'azione dello spiare profili o pagine per i più disparati fini 

Plaza de Cibeles. Futuro prossimo. *

di Marco Magnante
La piazza si è riempita già dalla sera precedente.
Nessuno vuole perdersi lo spettacolo.
È una giornata d'inverno, ma anche il sole vuole partecipare e scalda la folla con la luce del mattino.
Arriva la carretta.
Un brusio che diventa boato.
Si è lui, è proprio lui. Il cittadino Filippo, quello conosciuto come Filippo VI tiranno di Spagna, prima che il popolo liberasse la Zarzuela.
Trema Filippo, dentro la sua camicia bianca aperta fino al petto.
Trema nel vedere i sei scalini che portano alla ghigliottina.
Ma trema soprattutto nel vedere lui.
«Ma io ti conosco!»
Gli occhi del boia si riempiono d'orgoglio.
«Sei Sanson. Ma come è possibile? Hai tagliato la testa al re Luigi, non dovresti essere qui, non dovresti essere vivo.»
«Ma il mio lavoro non è finito, cittadino Filippo. Finche ci sarà un re, ci sarà bisogno di me» è la risposta colma di ardore di Sanson.
La piazza ammutolisce, Filippo anche. Si sente solo il rumore degli scarponi del boia.
Fra poco non solo non sarà più Re ma sarà solo un ricordo.
Viene strattonato e la sua testa è infilata li dove deve stare.
La vecchia ghigliottina è arrugginita ma fa ancora il suo lavoro.
E' un attimo.
La testa rotola.
La piazza urla di gioia in un tripudio di bandiere catalane, basche, galiziane e di di tricolori repubblicani rosso-giallo-viola.
Sanson se ne va, non è il suo momento di gloria.
Con un ghigno felice torna a casa aspettando di essere chiamato per un altro lavoro.
Qui ha finito.



La Spagna è libera.

Catalogna

La questione catalana ci ha dimostrato che la democrazia è "sana", "nobile", "positiva" solamente quando si contrappongono i due o tre (come nel caso italiano) tronconi della politica istituzionale i quali rappresentano le stesse facce di un'identica medaglia.

La questione catalana ci ha insegnato come il popolo della Catalunya non voleva altro che esercitare un proprio diritto democratico, proprio delle democrazie liberali, ma il cui tentativo è stato fermato tanto con metodi istituzionali, tanto con metodi repressivi. In barba alle varie "Carte di Helsinki" e affini, firmate dai paesi europei.

La questione catalana ci ha poi mostrato (ma in primis a me personalmente) che se si interpreta la faccenda con corposi documenti affermando che la classe operaia non è alla testa del movimento e, dunque, che la rivendicazione indipendentista rappresentrebbe solo ed esclusivamente gli interessi contrapposti di due borghesie (come ha sostenuto ad esempio il PCPE), significa non capire un fico secco di come l'indipendenza abbia rappresentato, e rappresenti tutt'ora, un movimento di massa. Negarlo significa voler continuare ad avere un seguito esiguo e un miserrimo riscontro elettorale.

Oggi in Catalogna, domani in Sardegna, Sicilia, Corsica, Kurdistan etc etc (la lista è lunga).

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