Quella volta in cui la Groenlandia femminile di calcio arrivò terza agli "Islands Games"

«La Groenlandia sta 'in alto a sinistra' sulla cartina del Mondo», prendendo in prestito l'espressione di Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif).
Bando alle ciance: sì, in Groenlandia si gioca a calcio e, anzi, il movimento calcistico (femminile e maschile) è decisamente in espansione, come il Socialismo nelle canzoni degli OfflagaDiscoPax. Si parla, ovviamente, di calcio a 11 e di una particolare declinazione dei mondiali di calcio: gli Islands Games.
Per approfondire sul calcio groenlandese, rimando a questo link  di un articolo che ho scritto due anni fa per il blog di Fabio Belli (Storie Fuorigioco) in cui troverete tutto quello che vi potrà interessare. Sempre, e solo, se siete nicchisti come il sottoscritto o inattuali come Carlo Martinelli (giornalista dell'Adige).

Che cosa sono gli Islands games

I 'Giochi delle Isole' (conosciuti anche come NatWest Island Games per motivi di sponsorizzazione) sono un evento internazionale raggruppante più discipline sportive organizzato dall'International Island Games Association. Si tengono ogni due anni e l'edizione del 2017 s'è svolta a Gotland, un'isola "svedese" in mezzo al Mar Baltico fra il paese scandinavo prima citato e la Lettonia. L'edizione appena trascorsa ha visto circa 3000 concorrenti, provenienti da più di 20 isole del mondo, confrontatisi in 14 discipline sportive diverse.

L'edizione del 2011

È bene non perdersi troppo in chiacchiere ed arrivare subito al sodo: l'edizione del 2011 dei NatWest Islands Games è stata particolarmente interessante dal punto di vista della composizione del podio: 1° Åland, 2° Isola di Man, 3° Groenlandia.  
Il terzo posto se lo aggiudicò, infatti, la selezione femminile groenlandese di calcio, nello stupore (positivo) generale e nel puro sostegno di tutti gli spettatori che erano andati a godersi lo spettacolo della nazionale groenlandese giocare su un campo da calcio in erba. Le temperature rigide proprie della Groenlandia fanno sì, infatti, che i campi siano praticamente solo di terra. Bagnata, asciutta, secca, terra-che-diventa-fango, ma comunque sempre terra; in alcuni casi anche neve (!) ma avviene raramente: si gioca all'aperto, infatti, per soli tre mesi l'anno. Ultimamente, però, la federazione groenlandese di calcio si sta attrezzando per ammodernare i propri campi installandovi l'erba sintetica, uno di questi si trova nella capitale Nuuk (o Gothåb in danese).
L'unico gol groenlandese della semifinale con le Åland | © WightEye
La Groenlandia femminile, dunque, quell'anno riesce ad approdare alle fasi finali dell'edizione a seguito di una brillante prestazione nella fase a gironi, e anche aiutate da un pizzico di fortuna nell'accoppiamento con le altre nazionali: il mini-campionato in cui era inserita la selezione biancorossa era composto da Isola di Man e Gibilterra (non propriamente un'isola, ma vabbè).
La prima partita è un disastro e le ladies of Manx rifilano 3 gol alle inuit, tuttavia le donne groenlandesi non si perdono d'animo e insaccano per 9 volte contro un'attonita Gibilterra il giorno successivo.
Una fase di gioco di Åland - Groenlandia | © WightEye
Le nostre approdano alla semifinale contro la più forte compagine delle isole Åland; il risultato è decisamente negativo: 6-1 e Groenlandia abbattuta.
Karoline Malakiassen, l'autrice del gol
in una foto dello scorso anno con la maglia
del suo club l'A.T.A. della città di Tasiilaq.
Sconfitta ma non vinta. Un blogger locale, che in quei giorni, seguiva la kermesse sportiva, ha scritto come le groenlandesi, nel match perso contro le Åland (dalle parti di East Cowes Vics) non avessero «mai perso la testa, nonostante il risultato negativo di tutto il secondo tempo: hanno continuato a giocare fino all'ultimo secondo».
La finale per il terzo posto, però regala grandi soddisfazioni alle eschimesi: il gol della vittoria arriva al 75', firmato da Karoline Malakiassen, contro le Westerns Isles (Scozia), a causa di un portiere non propriamente nel ruolo.

La festa delle Groenlandesi è un tripudio di inadeguatezza ed estrema felicità (ben controllata) nel ricevere una medaglia da parte degli organizzatori della manifestazione, con i pochi - ma significativi - presenti che urlavano: «We love you Greenland, we do: oh, Greenland we love you», in piena tradizione british, anzi, wightish.

Biji Kurdistan!


L'astensionismo colpisce anche (e soprattutto) il Movimento 5 Stelle

foto tratta da formiche.net
Di Maio è ufficialmente il candidato premier (*) del Movimento 5 Stelle, scelto a seguito di una votazione in cui hanno potuto votare gli iscritti certificati alla piattaforma Rousseau.
I candidati erano Luigi di Maio e altri 7 figuranti (Domenico Ispirato, Andrea Davide Frallicciardi, Elena Fattori, Marco Zordan, Gianmarco Novi, Vincenzo Cicchetti, Nadia Pisceddu), un po' come accaduto spesso e volentieri per le primarie del Partito Democratico (quelle di Roma, in più d'un'occasione, hanno mostrato scenari analoghi, ma nobilitati dalla grande stampa per ragioni tutte politiche). Il vincitore è stato, ovviamente, il Vice Presidente della Camera dei Deputati. Ma va?!
I risultati delle votazioni li fornisce Grillo stesso dal palco di Rimini, dalla festa del Movimento 5 Stelle: i votanti sono stati 37.442, e il vincitore ne ha ottenuti 30.936. Gli altri: Ispirato  102 voti, Frallicciardi 168, Cicchetti 274, Zordan 373, Novi 543, 1.410 la Piseddu e 3.596 Elena Fattori.
Gli aventi diritto al voto, ad ogni modo, erano circa 140.000. Una situazione che fotografa un astensionismo che colpisce primariamente il sistema interno al Movimento 5 Stelle, che ha fatto dell'orizzontalità e dell'ognunovaleuno, la proria filosofia.

L'astensione che colpì il Movimento per scegliere il gruppo al Consiglio Europeo

Tre anni fa, nel corso delle votazioni online quando la piattaforma Rousseau non era ancora attiva, gli iscritti certificati del blog avrebbero dovuto votare tramite il blog di Beppe Grillo la collocazione europea per cui l'organizzazione avrebbe dovuto optare. Le ipotesi messe in campo dal gestore del portale erano tre: EFD, ECR e gruppo misto, cioè quello dei non iscritti a nessuna componente politica. L’ECR era (ed è) il gruppo dei Conservatori e Riformisti, quello a cui fa riferimento il Conservative Party (i ‘Tories’) di David Cameron e quello di appartenenza al primo partito di Polonia Prawo i Sprawiedliwość (Legge e Giustizia). L’EFD, invece, Europa per la Libertà e la Democrazia, è il gruppo di riferimento del tanto discusso e più volte rimpallato di prima pagina in prima pagina sulle testate nazionali UKIP (United Kingdom Independence Party) il cui segretario era Nigel Farage nonché della nostra Giorgi(on)a Meloni nazionale e del suo partito Fratelli d'Italia.

Il 12 giugno 2014, in sostanza, su 87.656 aventi diritto, votarono solo in 29.584. Il risultato ha consegnato la vittoria dell’affiliazione all’EFD: 23.121 voti, pari al 78,1% dei votanti, lasciando al palo l’ECR (i conservatori-riformisti), superato di poco dalla preferenza espressa per la collocazione nella componente dei non iscritti, con 2.930 voti pari al 10% di chi ha partecipato alla votazione on line.

Non un fenomeno isolato

Dunque, ricapitolando.  Sui 140.000 votanti presi in esame per la votazione che ha incoronato Di Maio leader, hanno votato solo in 37.442; per quella riguardante la collocazione nel Parlamento Europea gli aventi diritto erano 87.656 ma gli effettivi furono 29.584. Ma c'è dell'altro.
Nel gennaio del 2014 i votanti che «hanno espresso il parere vincolante sul voto che il Gruppo Parlamentare del Senato dovrà esprimere domani 14 gennaio sul "reato di clandestinità”» sono stati 24.932.
Si badi, però, che alla votazione sul reato di clandestinità, che esprimeva parere vincolante per il gruppo parlamentare (non propriamente una bazzecola) aveva diritto di voto solo chi era un iscritto certificato al blog entro il 30 giugno 2013.
Per la cronaca, comunque, 15.839 avevano votato per l’abrogazione del reato di clandestinità.
Se si continua a cercare nelle votazioni sul Blog di Beppe Grillo (prima dell'entrata in vigore di Rousseau) si nota che, ad esempio, per l’espulsione dei senatori Orellana e Campanella, gli aventi diritto erano 43.368 e i votanti a favore e contro la cacciata sono stati 29.883 e 13.489.

Il Movimento 5 Stelle, dunque, cova al proprio interno una crescente ‘astensione’ interna che aumenta man mano che le votazioni vengono convocate dal Blog. Il fatto che una zona grigia non segua il movimento nelle decisioni assunte via internet, in cui l'utente può votare questo o quel provvedimento o l'uno o l'altro candidato Presidente, è da prendere in seria considerazione.
La retorica del gli scontenti della politica votano Grillo, non regge più e a votarlo, come l'Istituto Piepoli ha spesso mostrato nelle pubblicazioni sui flussi elettorali, è sempre di più l'elettorato già politicizzato. Quello che, comunque, si sarebbe recato alle urne, indipendentemente dalla presenza dei 5 stelle sulla scheda elettorale.
E il dato, a mio parere, è decisamente interessante.



(*) Premier è un termine decisamente improprio in una Democrazia Parlamentare come quella italiana giacché non esiste. Il termine, infatti, che si usa - infelicemente - in ambito giornalistico e non, sta ad indicare il Presidente del Consiglio dei Ministri. Le due funzioni, però, Premier e Presidente del Consiglio dei Ministri sono ruoli decisamente non sovrapponibili. I due, infatti, svolgono incarichi decisamente diversi. 

Il diritto all'autodeterminazione dei popoli, gli stati liberali, l'URSS

Due anni fa, anche se sembra passato decisamente più tempo, scrivevo un articolo per Sinistraineuropa.it, sito che assieme ad un gruppo di compagni ho contribuito a fondare a ridosso delle elezioni europee del 2014. La questione dell'autodeterminazione dei popoli è sempre stata una mia fissa, così come quella catalana. Questione che, stanti gli ultimi fatti di cronaca, sta esplodendo, letteralmente e neanche troppo metaforicamente. Ripropongo, interamente, dunque, l'articolo che scrissi tempo fa, ancora attuale mai come oggi. 

Il 30 novembre scorso (2015) il quotidiano spagnolo ‘El Pais’ ha tenuto un dibattito tra i candidati alla Presidenza del Governo spagnolo, presenti, nell’estratto presente qui sotto, il candidato del PP, di Podemos e del Psoe. Nella clip sottostante, dunque, è presente un estratto molto breve in cui il candidato Pedro Sanchez (Psoe) attacca Pablo Iglesias (Podemos) riguardo il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, non inserito in nessuna Costituzione liberale post-bellica ma solo in quella dell’Unione Sovietica. «Il tuo modello», ha affermato Sanchez nel dibattito, volendo chiaramente sminuire ed irridere quella che fu la realtà europea (e mondiale) che riconobbe il libero diritto all’autodeterminazione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che andavano a comporre l’Unione (delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) tacciando di comunismo il leader di Podemos, come se fosse una colpa grave tale da macchiare indelebilmente il candidato presidente o una malattia venerea. «Sai in che Paese era previsto il diritto all’autodeterminazione? L’Unione Sovietica!», dice quasi sconcertato il socialista Sanchez, a cui gli risponde un ironico Iglesias «Uuuuh que miedo!», che paura!


Le questioni che emergono dal video possono essere molteplici ma quella che salta subito agli occhi è la demonizzazione dello Stato che ha composto quello che nel novecento era chiamato il campo socialista, contrapponendolo all’occidente capitalista. Le forze politiche moderate, che hanno attraversato il crollo del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS, negli ultimi venticinque anni, hanno potuto accentuare il loro carattere fortemente a favore dell’economia di mercato facendosi beffe di qualsiasi sistema alternativo che, per la verità, nel Mondo non ha mai cessato di essere presente (si pensi a Cuba, al percorso bolivariano dell’America Latina) stringendo il cappio attorno a qualsiasi dibattito riguardo il superamento del capitalismo.

Si soprassiede, in quest’occasione, riguardo le ambiguità di Podemos sul riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, dal momento che la forza politica capitanata da Pablo Iglesias non ha sempre visto di buon occhio quelle manifestazioni popolari che portavano con sé istanze di separazione dallo Stato Spagnolo.

Basti ricordare, a tal proposito, che nelle ultime elezioni per la Generalitat de Catalunya (il Parlamento Catalano) la coalizione chiamata Catalunya sì que es pot (che riuniva due formazioni di sinistra, i Verdi e Podemos) non ha sortito gli effetti sperati e si è attestata attorno al’8,5% dei voti, pur superando il Partito Popolare e pur restando – tuttavia – delle forti resistenze all’autodeterminazione in genere all’interno di Podemos.

È utile menzionare, a tal proposito, che l’unica organizzazione spagnola che pone la questione dell’autodeterminazione come una tra le principali e caratterizzanti l’attività del partito, è il PCPE (Partito Comunista dei Popoli di Spagna). Il PCPE, infatti, riconosce il diritto all’autodeterminazione dei popoli e si struttura tramite l’affiliazione ai partiti comunisti “etnoregionalisti” delle Nazioni-senza-Stato della Spagna; fanno parte del PCPE, dunque: il Partido Comunista del Pueblo Canario, il Partit Comunista del Poble de Catalunya, il PCPE La Rioja, l’organizzazione Euskal Komunistak (Comunisti Baschi) e così in Andalusia e in Galizia.

L'autodeterminazione nell'URSS

Vale la pena ricordare, infatti, che l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche fu l’unico stato che sancì – fin dalla Rivoluzione d’Ottobre – il diritto all’autodeterminazione dei popoli: «Il II Congresso dei Soviet, nell’ottobre di quest’anno, ha confermato questo diritto imprescrittibile dei popoli della Russia, in maniera più risoluta e precisa. Nell’esecuzione della volontà di questi Soviet, il Consiglio dei commissari del popolo ha deciso di porre a base della propria attività, nella questione delle nazionalità della Russia, i seguenti principi: 1) Uguaglianza e sovranità dei popoli della Russia. 2) Diritto dei popoli della Russia alla libera autodeterminazione, fino alla separazione e alla costituzione di uno Stato indipendente. 3) Soppressione di tutti i privilegi e di tutte le limitazioni nazionali e nazional-religiose. 4) Libero sviluppo delle minoranze nazionali e dei gruppi etnici abitanti sul territorio della Russia. I decreti (dekret) specifici derivanti dal presente Atto saranno elaborati non appena costituita la commissione per le questioni delle nazionalità» (“Dichiarazione dei Popoli della Russia“).


L’elemento centrale dell’autodeterminazione è sancito – e più volte riaffermato – in tutte le modifiche costituzionali dell’Unione Sovietica: nella prima parte della Legge Fondamentale dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (1924) si legge «La volontà dei popoli delle repubbliche sovietiche, che si sono radunati di recente nei congressi dei loro Soviet, e che hanno unanimemente preso la decisione di formare l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, serve come sicura garanzia del fatto che questa Unione è un’unione volontaria di popoli aventi uguali diritti, che ad ogni repubblica è assicurato il diritto di libera secessione dall’Unione, che l’ammissione all’Unione è aperta a tutte le repubbliche sovietiche socialiste, così quelle esistenti come quelle che potranno sorgere in avvenire, che il nuovo Stato federale si mostra degno coronamento di quelle basi di convivenza pacifica e di collaborazione fraterna dei popoli, gettate già nell’ottobre 1917».

Nella costituzione stalinista del 1936, quella additata come foriera di soppressione di libertà e repressione del dissenso dei popoli, si sancisce che «Ogni Repubblica federata ha una propria Costituzione, che tiene conto della peculiarità della repubblica, ed è redatta in piena conformità con la Costituzione dell’URSS» e che «ogni repubblica federata conserva il diritto di libera secessione dall’URSS», tralasciando quello che si ratifica riguardo la parità dei cittadini e di genere: «Alla donna sono accordati nell’URSS diritti uguali a quelli dell’uomo in tutti i campi della vita economica, statale, culturale e socio-politica. La possibilità di esercitare questi diritti è assicurata dall’attribuzione alla donna dello stesso diritto dell’uomo al lavoro, alla retribuzione del lavoro, al riposo, all’assicurazione sociale e all’istruzione; dalla tutela, da parte dello Stato, degli interessi della madre e del bambino; dalla concessione di congedi di gravidanza alla donna, con mantenimento del salario, e da un’ampia rete di case di maternità, di nidi e di giardini d’infanzia».


Deliberazioni che i moderni provvedimenti sul lavoro, ammantati dalla patina della pronuncia anglista, non hanno minimamente preso in considerazione. Tralasciando, però, l’equità sociale nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, nel capitolo II della Costituzione del 1936 (Ordinamento Statale) è rintracciabile un elenco di Stati e territori che vanno a comporre l’uno, cioè lo Stato Socialista. 

La bandiera dell'Abkhazia
E’ importante sottolineare come alcuni territori fossero riconosciuti come ‘Repubbliche Autonome’ già nel 1936, l’Abcasia, in tal senso, ne è un esempio: autoproclamatasi indipendente nel 1992, quando il conflitto Abcaso-Georgiano imperversava, la Repubblica in questione non è riconosciuta né dall’ONU, né dalla UE, bensì solamente da alcuni paesi ONU (Russia, Nicaragua, Venezuela, Nauru, Vanuatu e Tuvalu) e da altri extra-ONU (Ossezia del Sud e Transnistria). Per trattare la vicenda dell’Abcasia ci sarebbe bisogno di un capitolo – se non di un saggio – a parte, tuttavia rappresenta la pragmatica tutela delle cosiddette ‘minoranze’ da parte di uno Stato tacciato di repressione delle Nazioni-senza-Stato. L’ultima Costituzione di cui si dotò l’Unione Sovietica fu quella ratificata il 7 ottobre 1977 e firmata da Brezhnev (Presidente del presidium del Soviet Supremo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) e da Georgadze (Segretario del presidium del Soviet Supremo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche). 

Anche nella costituzione brezhneviana il ‘quid’ dello Stato Socialista era quello di essere: «uno Stato plurinazionale federale unitario, formato sulla base del principio del federalismo socialista, come risultato della libera autodeterminazione delle nazioni dell’unione volontaria, parità di diritti, delle repubbliche socialiste sovietiche. 

L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche personifica l’unità statale del popolo sovietico, salda tutte le nazioni e i popoli ai fini della comune edificazione del comunismo. […] Ogni repubblica federata conserva il diritto di libera secessione dall’URSS»

Tale principio, in ogni caso, non sarebbe stato affatto sancito nelle costituzioni (europee e non) liberali post-belliche.

Proibizione delle armi nucleari: il trattato è in vigore e gli USA mancano (ovviamente) all'appello

Nella giornata di ieri, al palazzo delle Nazioni Unite di New York, si sono aperte le sottoscrizioni del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, come riporta Pressenza (agenzia d'informazione internazionale per la pace e la nonviolenza)
Le nazioni che lo hanno già firmato sono 50, numero minimo perché entri in vigore, e 3 lo hanno già ratificato (Guyana, Vaticano, Thailandia).
Tra i sottoscrittori, ovviamente, mancano all'appello gli USA ma è presente - esempio a caso - il Venezuela. Il Paese, infatti, è stato accusato delle peggiori nefandezze dagli yankees (e da tutto l'occidente imperialista) negli ultimi vent'anni, come ben sappiamo, per aver proibito ai monopòli capitalistici di speculare sulle vite umane e sull'economia del Paese e per aver avviato il processo bolivariano del Socialismo del XXI secolo.

Un altro passo di civiltà, dunque, è stato fatto dal Venezuela bolivariano.
Con buona pace di chi passa la totalità della propria vita a screditare il processo bolivariano. 

STATOFIRMATORATIFICATO
Guyana20/09/1720/09/17
Santa Sede20/09/1720/09/17
Thailand20/09/1720/09/17
Algeria20/09/17
Austria20/09/17
Bangladesh20/09/17
Brazil20/09/17
Cabo Verde20/09/17
Central African Republic20/09/17
Chile20/09/17
Comoros20/09/17
Congo20/09/17
Costa Rica20/09/17
Cote d’Ivoire20/09/17
Cuba20/09/17
DRC (Congo)20/09/17
Ecuador20/09/17
El Salvador20/09/17
Fiji20/09/17
Gambia20/09/17
Ghana20/09/17
Guatemala20/09/17
Honduras20/09/17
Indonesia20/09/17
Ireland20/09/17
Kiribati20/09/17
Libya20/09/17
Liechtenstein20/09/17
Madagascar20/09/17
Malawi20/09/17
Malaysia20/09/17
Mexico20/09/17
Nepal20/09/17
New Zealand20/09/17
Nigeria20/09/17
Palau20/09/17
Palestine20/09/17
Panama20/09/17
Paraguay20/09/17
Peru20/09/17
Philippines20/09/17
Samoa20/09/17
San Marino20/09/17
Sao Tome & Principe20/09/17
South Africa20/09/17
Togo20/09/17
Tuvalu20/09/17
Uruguay20/09/17
Vanuatu20/09/17
Venezuela20/09/17

Lo "sloganificio" e l'amministrazione di Roma


Sloganificio. Il termine viene utilizzato a ragione da Mario Sechi, già direttore del Tempo, riguardo un tweet della Raggi prima che venisse eletta Sindaco di Roma, e prima ancora della partecipazione alla campagna elettorale post-Marino/Tronca.
Dunque, quando era ancora, assieme a Stefàno, De Vito e Frongia, consigliere d'opposizione in Assemblea Capitolina, Ignatius Marinus consule
Il termine sloganificio, diffuso tramite List il nuovo progetto del direttore, è opportuno ma a cui mi sento di dover aggiungere qualcosa: non si tratta solo di sloganificio, si tratta di banalizzazione estrema (certo conseguenza del termine menzionato) e personalizzazione di un qualcosa che dovrebbe andare oltre il mero additamento del colpevole, specie nella città in questione. La politica più è litigiosa e meno sa di contare, e questo è innegabile. Quando si inizia a parlare con toni simili si va a finire, inevitabilmente, nel ridicolo. 
Prova ne è non solo il tweet della Raggi in questione: Di Battista, infatti, il 5 marzo del 2015 se ne usciva scrivendo: «Piove un giorno e #Roma diventa la città più invivibile d'Europa #SottoMarinoDimettiti». Lungi dal difendere questo o quel primo cittadino, in questa sede mi limito solo a dire che un problema enorme come la gestione e l'amministrazione della Capitale non passa per mezzo di un tweet o di un post su Facebook. La propaganda va utilizzata cum grano salis, se si vuole impostare il proprio discorso pubblico in modo propagandistico lo si faccia pure, ma poi si argomenti, quali che siano le posizioni. In questo caso i social danno adito solo ad una pletora di facile propaganda, da cui si tiene ben lontano anche il minimo contenuto.
Le questioni della città di Roma sono imponenti e nella loro grandezza determinano, per forza di cose, anche quelle più piccole o quotidiane: non c’è amministrazione della Città se vengono accettati supinamente i vincoli del patto di stabilità e del debito pubblico.

Proprio riguardo il debito pubblico, il Commissario Straordinario per il Rientro del Debito del Comune di Roma, Silvia Scozzese, relazionando in commissione bilancio della Camera dei Deputati del 5 aprile 2016, disse testualmente: «Né i piani di rientro del debito di Roma Capitale finora redatti, né il documento di accertamento definitivo del debito sembrano contenere una ricognizione analitica e una rappresentazione esaustiva della situazione finanziaria da risanare antecedente al 2008. Attualmente, per il 43% delle posizioni presenti nel sistema informatico del Comune, non è stato individuato direttamente il soggetto creditore»

Tagliando con la metaforica accétta: il Comune deve ridare dei soldi, ma "non sa" a chi.

Il famoso audit sul debito (qualora servisse a qualcosa) proposto dalla Raggi è stato solo uno scalpo da mostrare ad una parte del Movimento5Stelle, niente di più. E ancora oggi, nonostante l'anno interno di governo, i gommoni servono ancora, Virginia Raggi consule.

«Sono stato prigioniero, sono tornato a piedi dalla Germania. Ne ho passate tante: supereremo anche questa»

Oggi è l'8 settembre, ricorrenza dell'armistizio.
Nei vari racconti di persone conosciute nel corso degli anni, spesso, ricorre il racconto dei "nonni che, da carabinieri, militari", o variamente inquadrati nelle varie Forze Armate, "si toglievano la divisa e andavano sui monti" per combattere tra i partigiani, da partigiani.

Mio nonno non fece così: la leva lo obbligò al servizio militare poco tempo prima di quel Settembre '43, da carabiniere. Era di stanza presso una delle svariate caserme (alla Cecchignola, se non ricordo male le sue parole). Raccontava a tutta la famiglia di essere stato preso dai tedeschi non capendo il perché: lo imprigionarono e lo spedirono a Freising, alle porte di Monaco di Baviera. 
Lì si ritrovò insieme ad altri italiani e non, apprendendo solo dopo cosa accadde.

Con la vecchiaia la sua situazione cardiaca era decisamente critica, tuttavia un medico che lo curava lo rassicurava sempre, nonostante ci fosse poco da stare tranquilli. Il cardiologo gli diceva sempre di stare tranquillo, di mantenersi, di camminare e, se poteva, di non mangiare eccessivamente la sera. Anzi, se si prendeva un bicchiere di caffellatte come la moglie gli preparava era ancora meglio. 
Così ha fatto per svariati anni, nonostante due infarti: da uno di questi se ne tornò dal Casilino in ciabatte in piena notte. 
Un giorno, per un normale controllo cardiaco, il medico che era solito visitarlo era assente e, dunque, venne visitato da un altro dottore. 
Preoccupatissimo, lo chiamò insieme a mia madre: «la sua situazione è gravissima, sig. Giorgini, ma lei lo sa che può morire da un momento all'altro?!». Mia madre, sbiancata, gli avrebbe voluto dire che non era quello il modo di rivolgersi ad una persona che sì, stava male, ma che avrebbe potuto mantenersi un altro po'; che non era quello il modo, di rivolgersi ad un paziente che sì, era critico, macchediamine addirittura a dirgli in faccia lei può morire da un momento all'altro, era un po' troppo. Non disse niente e restò zitta. Mio nonno, invece, parlò.
Tranquillo, quasi serafico, col sorriso, rispose dando una pacca sulla spalla al medico: «Dottò: io sono stato prigioniero in Germania, ho patito la fame per un sacco di tempo; ci hanno sbattuto da un campo all'altro e sono tornato a piedi in Italia. Che le devo dire? Quando Dio vorrà, mi chiamerà. Supereremo anche questa, non si preoccupi»
E si voltò.

Ecco, per grandi linee, la storia di un nonno ex carabiniere andò così. Tornò a piedi dalla Germania, quando tutti lo davano per morto, ormai. Non andò mai a combattere fra i partigiani, e non votò mai a sinistra, anzi, spesso leggeva Il Tempo

Ma era un grande, il Brigadiere Giorgini Raffaele. 

La tastiera del Mac

Le tastiere dei computer spesso dicono molto di chi lo usa. Inizialmente, quando circa 5 anni fa ho acquistato un MacBook, pulivo la tastiera ogni giorno. Tuttavia, col passare del tempo non ho avuto più la costanza di farlo con regolarità, anzi, ho sempre assolto al compito di pulizia dei tasti con drammatica incostanza e quasi con rassegnazione.
Tocca che lo faccio.
L'uso che faccio del computer è, oggettivamente, spropositato, così come quello dello smartphone: gli aloni delle dita sui tasti premuti, ormai, è sempre più evidente e la sporcizia a margine dei tasti è una presenza a cui non sto più badando e a cui non attribuisco neanche uno stato emergenziale, una spia che dovrebbe spronarmi a rendere decente lo strumento di lavoro che più uso nel corso della giornata (al pari dei libri). 
Ho promesso a me stesso che tra stasera e domani pulirò la tastiera del Mac. 

Per il momento, si presenta squallidamente così.


Scorie nucleari in Sardegna, Cumpostu: «Il 12 saremo in piazza: pronti alla diffida nei confronti del ministero»


Bustianu Cumpostu - Segretario Nazionale di SNI
«Il 12 settembre terremo un sit-in di fronte al palazzo della Regione Sardegna per chiedere loro due cose: di rendere conto della situazione e se sono state prodotte, o meno, le osservazioni riguardo i siti di deposito delle scorie nucleari che scadono il 13»
Così Bustianu Cumpostu, segretario nazionale di SNI (Sardigna Natzione - Indipendentzia), contattato da Presenza.it ha annunciato la mobilitazione del “Comitato No Nucle-No Scorie”, «in cui SNI si riconosce e vi partecipa», riguardo la questione del deposito delle scorie nucleari in Sardegna. 

In un lungo comunicato bilingue (sardo/italiano) il comitato ha riportato i 15 parametri che escluderebbero la Sardegna dalla presa in considerazione riguardo lo stoccaggio e il deposito di scorie nucleari redatti dall’ISPRA: «la Sardegna non ha l’idoneità geomorfologica e dovrà essere esclusa dai siti candidati ad ospitare il Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi e Parco Tecnologico, non solo perché ciò viene affermato da illustri e seri studiosi di Scienze della Natura e del Territorio, tra i quali il geologo Giacomo Oggiano, professore all'università di Sassari, ma anche per l’applicazione dei Criteri di Esclusione e dei Criteri di Approfondimento individuati nella Guida Tecnica prodotta dall’ISPRA, per i quali incrociando gli elementi di esclusione dei quali gode la Sardegna, non rimane alcuna parte del territorio sardo idoneo all’installazione del suddetto Deposito Unico»

Cumpostu, inoltre, ha dichiarato: «Ad ogni modo, a seguito del sit-in, che la Regione abbia mandato o meno le sue osservazioni a riguardo, manderemo noi le nostre le quali, ovviamente, sono di diffida», ovvero «diffidiamo il Governo dello Stato, nella fattispecie il Ministero dell’Ambiente, ad immaginare un sito di Deposito Nazionale di rifiuti nucleari in Sardegna»
La forza degli anti nuclearisti, dei pacifisti e degli indipendentisti sardi sta non solo nel referendum, quello famoso del 14 dicembre 2012, ma anche in quello che si è tenuto parallelamente in Sardegna che trattava di scorie e smaltimento di rifiuti nucleari, per cui il 97% s’è espresso chiaramente manifestando la propria contrarietà. 

Anche la Chiesa Cattolica, in ogni caso, ha espresso il proprio parere negativo a riguardo: due anni fa, nel corso della riunione della Conferenza Episcopale Sarda tenutasi a Cagliari nei giorni 23-24 febbraio 2015, presieduta da Monsignor Arrigo Miglio, ha espresso le seguenti considerazioni in merito al pericolo scorie radioattive: «Non minore preoccupazione desta la ventilata ipotesi che la Sardegna possa diventare sul piano nazionale, un deposito di scorie radioattive. Oltre che una servitù insopportabile sotto il profilo ambientale, per la fragilità del sistema geologico e morfologico dell’isola, sarebbe un colpo mortale alla sua naturale e indispensabile economia agro-pastorale e turistica. La Regione ha già dato tanto in termini di servitù militari, senza averne avuto in cambio concreti e efficaci riscontri»
«Ricordiamo allo Stato Italiano - ha concluso Cumpostu - che in diverse delibere della Regione Sardegna e in quelle di svariati comuni sardi s’è espressa forte contrarietà al deposito».
Il Comunicato del Comitato No Nucle-No Scorie
Il Comunicato del Comitato No Nucle-No Scorie


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