Anagrafe antifascista: ho aderito (e non poteva essere altrimenti).

I gappisti romani
Ho aderito a quest'iniziativa del Comune di Stazzema http://comune.stazzema.lu.it affinché si istituisca l'Anagrafe Antifascista. C'è anche un modulo da compilare, qui: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSf6QMSFjeKSpN9fNl77eQOZHt-o-6O1dA6TinKMoHZJwlAjew/viewform?usp=sf_link.
Due anni fa ho contribuito a fondare una sezione dell'ANPI, l'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, nel VI Municipio di Roma, quello di Tor Bella Monaca e Ponte di Nona per capirci: aderire all'iniziativa del Comune di Stazzema è stato più che doveroso, un obbligo morale. 

Qualche giorno fa, il 20 dicembre 2017, anche Nùoro (l'accento è sulla ù: Nùoro, non Nuòro, chevvivenguncòlpo) si è detta Città Antifascista:

«La proposta dell'ANPI di dichiarare Nuoro Città Antifascista è stata, sotto forma di mozione, approvata dalla maggioranza dei presenti in Consiglio Comunale il 19 dicembre scorso. Con questa delibera l'Assemblea Civica ha dato un risalto politico e culturale notevole a ciò che rappresenta la Costituzione Antifascista, nata dalla Resistenza».

Rimango comunque (molto) perplesso dalle dichiarazioni del sindaco di Stazzema, il quale ha affermato che «dirsi antifascisti significa essere cittadini europei». Non che mi assi nulla di rivoluzionario o dannatamente "stravolgente", ma è un'affermazione che da sola varrebbe un post e un articolo di analisi che mi riservo di scrivere più in là. Non troppo più in là, magari.


Di seguito, il testo della costituenda Anagrafe nazionale antifascista:

«Settanta anni fa, il 1° gennaio 1948, entrava in vigore la Costituzione Repubblicana dopo anni di regime fascista e di occupazione nazista che avevano annullato tutte le libertà personali, associative discriminando e perseguitando gli oppositori a seconda del pensiero, per l’appartenenza religiosa, razziale, etnica. Tutti insieme vogliamo assumerci un impegno. Aderendo al Comune Virtuale Antifascista e sottoscrivendo questo documento: 

AFFERMIAMO la responsabilità di ciascuno in merito alla possibilità per tutti di poter crescere e prosperare nel rispetto dell’altro, di poter esprimere liberamente le proprie opinioni senza discriminazioni di pensiero, razza, religione, orientamento politico, sesso, orientamento sessuale, condizione sociale ed arrivare all’obiettivo per ciascuno di accedere ad una informazione che diventi strumento di conoscenza su cui costruire un mondo senza più paure, guerre, oppressioni e fame. 

AFFERMIAMO il diritto di ciascuno ed in particolare dei bambini del mondo a vivere in sicurezza, avendo gli strumenti per conoscere il passato e costruirsi un futuro. Entrare a far parte di questa Comunità significa non solo aderire, ma condividere un impegno: la Costituzione nasce dalla Guerra al nazifascismo, stabilendo le regole di una convivenza in cui ciascuno possa sentirsi uguale agli altri. Questa Comunità fa propri i valori della Costituzione Repubblicana e del Parco Nazionale della pace di Sant’Anna di Stazzema. Una comunità a cui tutti possono aderire senza distinzione di età, nazionalità, condizione sociale, genere, pensiero politico per lasciare alle generazioni future un mondo senza più guerre».

Fiscal che? | La prefazione dell'e-book di Pressenza

L’importanza di avviare un dibattito aperto, da anticapitalisti, riguardo il Fiscal Compact e le problematiche che tale compito porta con sé, è un obiettivo che non può considerarsi un traguardo, anzi. Rappresenta, infatti, l’inizio di un percorso che dovrà necessariamente proseguire sul terreno dello scambio e della partecipazione comune, al fine di consolidare quel dissenso positivo, o costruttivo, come si leggerà nel corso dell’e-book. Dall’anno dell’introduzione del Pareggio di Bilancio in Costituzione, una parte della politica e dell’opinione pubblica ha iniziato a dissentire su ciò che il Governo Monti di allora aveva ratificato, andando de facto a ledere i principi della Costituzione Repubblicana nata dalla Resistenza. Tuttavia, la maggioranza del Paese era completamente all’oscuro di ciò che significasse (e significhi ad oggi) il termine Fiscal Compact, nonostante l’approvazione da parte del Governo Monti, così come allo stesso modo è ad oggi del tutto ignaro ai più come mai le amministrazioni locali delle grandi metropoli (ad esempio Roma) hanno sempre la metaforica “coperta corta”. 

Il nodo cruciale del dibattito attorno al Fiscal Compact sta in questo: il tema, avendo assunto proporzioni enormi, tocca questioni della vita quotidiana di ognuno, che sia un abitante di una piccola o grande città. È un dovere avviare un percorso di dibattito attraverso il lavoro quotidiano di Pressenza e delle organizzazioni politiche interpellate per la realizzazione di questo piccolo e-book. È un dovere proseguire l’interazione avviata per poter far sì che si creino dei ponti fra chi ha avuto l’idea di realizzare questo prodotto e chi ha avuto il coraggio di avviare una campagna (Stop Fiscal Compact) in una fase politica come quella attuale.

Quando si parla di quest’argomento, infatti, si tocca inevitabilmente la questione del sistema economico, del capitalismo e della sua crisi; della sua connotazione violenta e del suo superamento; delle possibili alternative. Si tocca, in sostanza, un dibattito politico mai neanche lontanamente sfiorato nel nostro Paese, tutto rivolto ed attento agli occhiali che portava Grillo, alla camicia di Renzi o alla giacca di Di Maio, fino alle felpe di Salvini. Si tocca, dunque, il nerbo di quel che dovrebbe essere il dibattito politico e culturale di un Paese. È per questo che Multimage ha sposato il progetto di Pressenza di pubblicare un e-book a riguardo: creare dibattito, creare coscienza critica (anticapitalista, necessariamente), far incontrare posizioni, far dialogare attivisti, giornalisti e soggetti politici è uno degli obiettivi. Uno, per l’appunto, non l’unico. Stante la situazione politica del Paese, dibattere attorno a questioni reali e d’importanza massima non è direttamente proporzionale all’acquisizione di consenso (elettorale e culturale) nella società e nella più che polarizzata opinione pubblica italiana (referendum del 4 dicembre docet). Tuttavia il nostro risultato sarà a lungo termine, prendendo in prestito le parole di Alexander Langer nel 1994 al Convegno giovanile di Assisi, il quale a sua volta parafrasava il motto del Barone De Coubertin in occasione dei giochi olimpici: «Lentius, profundius, suavius», al contrario di «Altius, citius fortius»
«Era un motto giocoso, di per sé, che riguardava una competizione olimpionica» ma dal sostrato ludico, spiegava Langer. Tuttavia «oggi 1'“altius, citius fortius” rappresenta la quintessenza della competizione della nostra civiltà: ci viene detto di sforzarsi “ad essere più veloci, più forti e di arrivare più in alto”. Io vi propongo, al contrario, il “lentius, profundius, suavius”, cioè il capovolgimento di ognuno di questi temi»
Perché con questo motto (o, nel nostro caso, parlando di Fiscal Compact e di anticapitalismo) «non si vince nessuna battaglia frontale» ma «forse si avrà il fiato più lungo».

Qui, il link per acquistare l'e-book: https://www.bookrepublic.it/book/9788899050740-fiscal-che/?tl=1. Costa 99 centesimi: sostieni «Pressenza», sostieni una voce libera.

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Tra lo ius soli e il testamento biologico c'è di mezzo la realpolitik

foto tratta da «Kathimerini.gr»

Quanto fatto dall’esecutivo Gentiloni su Ius Soli e testamento biologico rientra pienamente nella logica della realpolitik, quasi applicata leggendo un manuale, se mai ce ne fosse uno. 

Il Governo e il Segretario del Partito Democratico, per mesi, sono su tutti i giornali, emittenti televisive e radiofoniche affermando che lo Ius Soli è un diritto di civiltà, che molte nazioni lo posseggono già, che è ingiusto soprattutto a livello umano non concedere la cittadinanza ad un ragazzo nato in Italia. Giusto un mese fa, in novembre nell’ambito della Direzione del partito, Renzi dichiarava: «Non è che facciamo lo ius soli per fare l'accordo con Mdp. Lo facciamo perché “un diritto è un diritto”, senza scambiarlo in un accordo di coalizione. Cercheremo di farlo, senza creare alcuna difficoltà alla chiusura ordinata della legislatura, rispettando ciò che il governo e la coalizione vorranno fare, non pensiamo siano temi su cui fare l'accordo»
Senza contare quel che dichiarava il Primo Ministro Gentiloni in giugno alla festa del quotidiano «Repubblica»: «È arrivato il tempo di considerare questi bambini come cittadini italiani. Mi auguro che succeda in fretta, già nelle prossime settimane, perché è un atto doveroso di civiltà». E ancora: «C’è una parte del Parlamento e dell'opinione pubblica italiana che è diffidente. Ma non bisogna avere paura. Chi acquisisce la cittadinanza ottiene i diritti ma ne abbraccia anche i doveri. Non bisogna lasciare spazio all'idea che con questa decisione noi sottovalutiamo l'importanza della nostra cultura o identità e proprio per questo abbiamo la forza di aprirci e di estendere la cittadinanza a tanti bambini che ne hanno il diritto»

Il Pd  aveva necessità di ostentare all’elettorato e alla stampa amica un buon biglietto da visita per le prossime elezioni politiche: da un lato Radicali Italiani e dall’altra la triade Psi/Verdi/CentroDemocratico, o Area Civica, che dir si voglia. A questi ultimi, cioè alla neonata lista “Insieme” (quella col ramoscello d’ulivo poi tolto e modificato perché poteva dare adito a fraintendimenti ormai già avviati), la legge sul testamento biologico andava bene tanto quanto ai primi: l’accordo con Radicali Italiani, però, non può saltare: in ballo, infatti, c’era e c’è la lista della Bonino e del sottosegretario Della Vedova (+Europa). Raggruppamento e personaggio politico (il primo) che «infiniti lutti addusse ai radicali», stando a quanto accade fra di loro, sia italiani (RI) che transnazionali (PRNTT). 

È stato più che mai opportuno approvare uno e ostentare per mesi l’altro fino a farlo arrivare ad un “binario morto” come quello della sua non approvazione al Senato, tuttavia, sarà usato come promessa elettorale per “continuare il programma di governo”. 
La mossa è stata realizzata semplicemente al fine di rafforzare in senso lib-dem la coalizione, dando una patina di centrosinistra post-ulivista al tutto, superflua quanto necessaria agli occhi degli elettori: chi si straccia le vesti di fronte a cotale manifestazione patente di realpolitik, affermando magari che “il Governo ha perso la sua occasione per approvare una legge di civiltà!”, tuonando che questa o quella parte politica era presente in aula votando a favore della norma, fa un torto a se stesso e alla propria intelligenza, dando prova di non conoscere minimamente i meccanismi che regolano la politica pre-elettorale. 
Il regalo di Natale dell'Esecutivo è servito: la campagna elettorale sarà la più strumentale mai svoltasi e fingerà di mostrare contrapposti degli schieramenti sostanzialmente identici o “uguali”, per citare la lista dei due presidenti: la Boldrini, infatti, sarà candidata in LEU insieme a Pietro Grasso. Cercando, magari, un accordo col Pd una volta che la maggioranza non si sarà trovata.

Vitzente Pillai

Non conoscevo personalmente Vincenzo Pillai, ma quattro anni fa a Capo Frasca c'era anche lui e il suo discorso mi aveva emozionato non poco. I compagni sardi che mi stavano a fianco, di cui porto un ricordo di ognuno di loro nel mio cuore, stavano ad ascoltare Pillai e applaudivano forte. Ascoltavo attentamente quello che diceva e percepivo, nelle sue parole, un vissuto a me vicino, diceva: «abbiamo fatto, in passato, manifestazioni in 10 per chiedere la chiusura delle basi militari, anche di quelle più piccole di cui non si conosceva neanche l'esistenza, per affermare che la Sardegna deve essere una terra di pace». La sua frustrazione al pensiero di quelle manifestazioni scarsamente partecipate rappresentava solo un ricordo, un monito da lanciare dal piccolo palco, dopo aver visto la folla dei partecipanti. «A voi giovani, dico, non lasciatevi portare via tutto questo: guidate noi anziani che, in questo tempo, abbiamo fatto quello che abbiamo potuto e ora non possiamo dare un grande contributo», ha concluso così il primo e unico discorso che ho potuto ascoltare. Parola dopo parola sentivo che il suo impegno per il pacifismo e il disarmo era stato portato avanti contro tutto e tutti; sentivo che le parole "Sardegna terra di pace" in lui non erano utopie e che quel giorno, in quella stretta lingua di terra fra la base e Sant'Antonio di Santadi, erano più vive che mai. Anche in lui. 
Qualcuno ha caricato su YouTube il suo intervento a Capo Frasca, è bene riascoltarlo tutto: lo pubblico qui, affinché qualcuno clicchi su play e lo ascolti.


La notorietà (del) dissidente

La letteratura è piena di libri di racconti di storia contemporanea, di questa o quella persona residente in un paese che ha vissuto un periodo cruciale che ne ha segnato la storia. È facile imbattersi in  pubblicazioni di narrazioni in prima persona in una fiera del libro come «Più Libri Più Liberi», è facile imbattersi in volumi di racconti di sopravvissuti di quel giovane scappato dal dittatore x/y.
In questi volumi, spesso, il comunismo viene sovrapposto ai regimi nazifascisti e il punto cardine sono, ovviamente, le libertà sociali e individuali: nel nazifascismo sono state negate mentre spesso si sente dire, per un principio di sovrapposizione ma anche di separazione e paragone fra i due (insovrapponibili) sistemi, che nel socialismo si sarebbe dovuta sdoganare qualsiasi libertà, specie quelle individuali (i cosiddetti diritti civili), anziché quelle che riguardano la totalità della popolazione.
Il racconto la fa da padrone, il vissuto personale è il reale vettore di emozioni e sensazioni che deve poter essere trasmesso al lettore il quale, aderendo allo scritto, legge e ritiene reali le peripezie del tale che ha vissuto l'esperienza in questione senza analizzare nulla di quel che è il contorno storico (a esempio) di quel vissuto. 

Parlare negativamente della società socialista, del comunismo in generale, facendo parlare o scrivere quel dissidente o quel libero cittadino a cui niente importava della vita sociale del suo paese fino a quando se n'è andato da esso, è una moda che non è mai tramontata nei paesi occidentali, fin da quando il socialismo ha preso piede nel '900. La sostanza del discorso si riduce nella narrazione mitica dell'andare oltre la frontiera: impossibile da varcare nei paesi socialisti. 
Molta filmografia e svariata letteratura, a riguardo, hanno sminuito tale processo mitico di migrazione dal paese socialista, a partire da «GoodBye Lenin!»: Alex, abitante ad Est, varca la frontiera e si trova a vedere, assieme ad altri, un film porno che oggi non oseremmo classificare come tale ma decisamente kitsch e dannatamente ilare (il frame mostrava la classica "oversize" che si imbrattava di panna). Il capannello di tedeschi orientali era, come si percepisce dal video, basito e incuriosito di fronte a siffatta manifestazione pornografica.



Ma torniamo al punto. Far dire alle categorie di cui sopra (dissidente o liberocittadìno) che l'Albania, la DDR, l'Unione Sovietica erano degli inferni in terra porta con sé un mucchio di intenti denigratori e polemici, ancorché vagamente ingigantiti nella loro volontà di mera destrutturazione dell'altro: fanno molta notizia e sta tornando anche molto di moda il filone "dissidenza/contrarietà", proprio nell'Europa del XXI secolo che sta riscoprendo il fascismo e il nazismo; proprio negli abitanti dei vari paesi che compongono l'UE che si scoprono pro-liberali e apparentemente neutri, in difesa del più bieco status quo, nei confronti del mercato, fino a essere benevoli nei confronti dell'ultraliberismo, perché «tanto questo è quello che ci tocca».
Mostrare una letteratura dissidente rende chiaro alle nuove generazioni improbabili punti di contatto tra il nazifascismo e il comunismo. Chi fa questi paragoni, magari a livello accademico, è ben consapevole del fatto che l'unico fine delle società nazifasciste fosse quello dello sterminio del diverso e delle razze inferiori fino al dominio della pura razza ariana mentre quello del comunismo era tutt'altro (si tralascia qui il dato dei molti prigionieri politici, migranti e non, rifugiatisi proprio in URSS nel periodo post bellico): la dittatura del proletariato, un'espressione terribile ad orecchie nate nel nuovo millennio ma che in realtà si traduce nel «governo della maggioranza», in cui la produzione la decide chi lavora, cioè il ribaltamento del paradigma dell'attuale. 

Sia quel che sia (Sea lo que sea, come direbbero gli spagnoli), la cultura comunista viene demonizzata a prescindere, per il semplice fatto che l'alterità deve essere percepita come positiva o negativa a 360°. Dunque non esiste analisi che tenga, se si prova ad analizzare le positività o le storture del sistema socialista, è sbagliato e stop. Tertium non datur. Per non parlare di chi "argomenta": «è un'idea vecchia», come se il liberismo fosse "giovane"! 
E sì che la propaganda occidentale anticomunista è stata a volte più violenta del così tanto infernale comunismo, si pensi al maccartismo che ha prodotto centinaia di omicidi e uccisioni sommarie negli Stati Uniti, per non parlare della restrizione delle libertà che ne è conseguita (PC USA e Trade unions fuori legge, alla faccia della società che tutela ogni forma di espressione e di pensiero). 

Ma tant'è. Il resoconto cronachistico del «racconto quel che vedo» specie se condito dai non detti e da pregiudizi di qualsiasi tipo, da particolari macabri o iperbolici sulla terribile realtà del paese da cui il fuggitivo scappa, è decisamente di moda.

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Prima come tragedia, poi come farsa

Dal 2006 al 2017 ci passa poco tempo, 11 anni. In termini politici in realtà è un'era geologica. Nel primo pomeriggio di oggi, il Partito Socialista italiano, via post su Facebook, pubblica il nuovo simbolo della lista comune fra Area Civica (una mascherata per nascondere Centro Democratico, partito di Bruno Tabacci che prese lo 0,5% nel 2013 ma che riuscì ad eleggere dei deputati a causa della legge elettorale) e la Federazione dei Verdi.
Alla domanda: «cosa potrebbe fare Renzi per ostentare lo scalpo del centrosinistra da consegnare ai giornalisti?», la risposta è stata quella fornita da un grafico un po' maldestro il quale ha messo insieme il simbolo dell'Ulivo con tanto di ramoscello, un blu oltremare che fa sempre pro-Europa e un puntino rosso sopra la "i" che fa sinistra. Come il salmone il 24 dicembre: fa Natale.

Anche se, subito, mi è tornato alla mente quest'altro simbolo: la lista unica di Consumatori uniti, Pdci e Verdi. Un'era politica fa: lista "Con l'Unione" del 2006, presentata al Senato.


Una vasta gamma di posizioni sbagliate giustificate malissimo dai sostenitori delle due liste, col solo obiettivo del Parlamento. Col risultato che il secondo simbolo, quello con Psi/Verdi/AreaCivica è decisamente più farsesco del già ilare precursore Pdci/Verdi/Consumatori. È il caso di dire che la storia prima si manifesta come tragedia e infine come farsa: solo che in questo caso si hanno due farse che si contrappongono. 


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Le «vere “fake news”», quelle che generano guerra

Hugo Chavez nel celebre «Discurso en la lluvia»

Più di 100.000 presenze, questi i numeri da capogiro diramati dall’AIE in un comunicato a conclusione di «Più Libri Più Liberi», la fiera della piccola e media editoria che si è svolta a Roma dal 6 al 10 dicembre. Tantissimi gli incontri i dibattiti e gli stands a disposizione di chi ha deciso di arrivare alla nuova sede della rassegna, ovvero, il “Convention Center La Nuvola”.
Tra i molti dibattiti, uno in particolare ha attirato l’attenzione di «Pressenza»: «Propaganda di guerra, informazione di pace», promosso dalla Editrice Sankara e a cui hanno partecipato Marinella Correggia, Luciano del Castillo e Giulietto Chiesa.
«Pressenza», dunque, ha intervistato la Correggia a margine della presentazione del suo libro «El Presidente de la Paz» dedicato alla figura di Hugo Chavez e al suo ruolo antimperialista, internazionalista, ecosocialista, pacifista. Il volume, tuttavia, non si soffermava “solamente” sulla figura di Hugo Chavez ma analizzava il fenomeno delle «vere “fake news”», quelle che generano guerra (da qui il titolo del dibattito) come, ad esempio, la provetta sventolata da Colin Powell all’ONU che scatenò la guerra contro Saddam Hussein.
Venezuela e “fake news”, in questi ultimi tempi, potrebbe essere il titolo di un dibattito, di un saggio e anche di una conferenza, per quanto s’è scritto e per quanto è stato pubblicato dalla stampa italiana. A proposito di “fake news” sul Venezuela, il governo di Maduro come sta contrastando questo fenomeno?
«Il Venezuela sta cercando in tutti i modi, attraverso “Mision Verdad”, di sbugiardare ogni fake news sul conto del paese bolivariano: proprio in questi giorni hanno cercato di risalire alle fonti della disinformazione sul Venezuela. Fonti, manco a dirlo, statunitensi. La cosa buffa è che in Italia un politico molto in vista, di cui non faccio il nome data la campagna elettorale imminente, ha detto che “Ultimamente il Venezuela sta finanziando dei siti che alimentano fake news”, in realtà è esattamente il contrario, è per questo che ha istituito la “Mision Verdad” ed è folle questa confusione creata ad hoc».

Che idea ti sei fatta del servizio delle «Iene» sul Venezuela?
«Beh, una modella tira molto, televisivamente parlando. C’è però da dire una cosa. Conosco molte persone residenti in Venezuela, anche italiani: loro in primis non nascondono la crisi economica, né alcuni errori economici commessi dal Governo, però sono ferocemente contro questo tipo di opposizione. Non per nulla anche i Venezuelani, ultimamente, alle elezioni Regionali, non danno retta alla Mud perché sanno in che mani si metterebbero. Sanno, infatti, che tornerebbero indietro all’epoca dei «cazerolazos» cileni. Per fortuna «Le iene» non possono influenzare l’elettorato venezuelano».

Per approfondire: «L'opposizione brucia le persone in piazza, l'Unione Europea la premia» 



Anche perché, involontariamente, «Le iene»  hanno mostrato come siano i quartieri alti ad aver protestato in questi anni, facendo vedere persone contrarie per i costi troppo alti dei Big Mac mentre giravano su un Suv costosissimo…
«Sì anche in quest’ultimo anno è stato così, ovvero sono stati i quartieri alti a “ribellarsi”: non per niente quando l’opposizione bruciava vive le persone, le immagini le abbiamo viste tutti, i soccorsi non arrivavano perché questa o quella municipalità era in mano alla Mud, dunque non facevano arrivare soccorsi neanche ai feriti. Per tornare al discorso delle “mancanze”…»

…Medicine, supermercati, s’è visto di tutto, in questi anni.
«Anche la carta igienica! C’è del vero, certo, ma a monte di tutto questo c’è una forte guerra economica ed essa agisce su molti livelli»

La distribuzione delle materie prime, dei generi alimentari e dei beni da trovare in un supermercato, ad esempio, è affidata ad aziende private, corretto?
«Esatto! Purtroppo, anche se l’idea di Chavez era quella di nazionalizzare e creare le comunas delegando a livello locale la produzione, tutt’ora l’economia in gran parte è in mano privata. Ed è questa, forse, la più grande debolezza e critica che si può fare al Venezuela. Ci sono stati degli esempi di espropri, positivi, tuttavia sono solo episodi che non rappresentano la totalità della questione venezuelana. L’approvvigionamento può essere “tagliato” in qualsiasi modo: ci sono accaparramenti, immagazzinamenti clandestini: un meccanismo di destabilizzazione che parte dai settori privati e questo contribuisce a creare le condizioni favorevoli all’opposizione».

Quali sono le risposte della popolazione a tutto questo?
«Ci sono delle esperienze simili ai nostri “acquisti solidali” o GAS: dei gruppi di distribuzione centralizzata a domicilio, i CLAP (Los Comités Locales de Abastecimiento y Producción). I CLAP sono nati per fare in modo che le persone vadano nei supermercati e non trovino nulla: viene consegnato alle persone, dunque, un cesto di base di alimenti e di beni di prima necessità. Ci sono, poi, dei tentativi di produzioni locali che cercano di uscire dalla “monocoltura del Petrolio”, che è un grosso problema. Chavez lo diceva sempre nei suoi discorsi e nei suoi interventi alla Nazione».

Lo scrivi anche nel libro: il petrolio va bene «por ahora», ma poi?
«Esattamente. Già molti anni fa, infatti, il Governo bolivariano aveva distribuito lampadine per il risparmio energetico, veniva fornito un finanziamento per l’installazione di pannelli solari, dunque i tentativi ci sono stati e ci sono. Certo, la guerra economica non aiuta…»

In conclusione, un’ultima battuta sul ruolo della «informazione di pace».
«In un certo senso sento di dover fare il possibile per smentire quello che di negativo viene detto sul Venezuela, perché la politica internazionale di quel Paese è sempre stata rivolta alla pace. Hanno tentato di tutto in ambito internazionale: nel 2011 erano stati gli unici ad opporsi alla guerra in Libia (insieme a Cuba); in sede Onu si sono sempre opposti a qualsiasi intervento militare solamente Cuba, Venezuela e Nicaragua. È normale che un politico cerchi di fare il possibile in patria, cercando di dare da mangiare alla gente sperando di essere rieletto, ma quando questo impegno tracima e sfocia nell’internazionalismo credo che sia decisamente nobile: gli altri popoli non potranno mai eleggerti!».

Il Venezuela, come Cuba, non ha mai inviato contingenti militari ad invadere altri paesi…
«Mai. Anzi, hanno inviato “contingenti di medici”. Trovo che la politica estera di pace sia un qualcosa di nobile che ci deve far rendere grazie, come pacifisti, a questi popoli. Dobbiamo tanto di cappello a questo “asse della pace”, dato che purtroppo facciamo parte dell’“asse della guerra”».

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La nostra ricorrenza annuale: «Più libri più liberi»

Stanotte, inspiegabilmente, di dormire non se ne parla e dire che non è stata propriamente una giornata riposante. «Più libri più liberi», la fiera della piccola e media editoria che si svolge a Roma, è il nostro personale anniversario (mio e della @Serena1090) e di cui non abbiamo intenzione di perdere neanche una giornata: ogni minuto trascorso a perdersi tra centinaia di volumi è un minuto investito, per dirla con termini borsistici.
Ci districhiamo fra presentazioni, dibattiti, conversazioni, trasmissioni radiofoniche in diretta e stand di case editrici. Insomma, siamo nel nostro paradiso terrestre, o habitat naturale, a seconda della Weltanschauung che ognuno ha. Quest'anno stiamo andando alla Fiera per conto di «Pressenza» e, praticamente subito, abbiamo preso contatti con la Sankara edizioni che ci ha donato due libri importantissimi e di cui scriveremo nei prossimi giorni: «El presidente de la Paz» e «Le parole di un vero rivoluzionario». Il primo dedicato ad Hugo Chavez e al Venezuela bolivariano, il secondo a Thomas Sankara. A tal proposito, domenica saremo sicuramente all'iniziativa organizzata, per l'appunto, da Sankara Edizioni alla Nuvola, intitolato: «Propaganda di guerra, informazione di pace». E chissà che non ci scappi anche qualche ripresa..

Pass stampa e socialismo

Pannello con opera originale, verosimilmente creata nella giornata di ieri,
piazzato dietro l'area di «Robisnon» di «Repubblica»

Operatività alle stelle

Calcio e Martello al Sally Brown

Ieri (3/12/17) siamo stati al Sally Brown per presentare Calcio e Martello. Bella Serata e bella gente: partecipazione e attenzione e, soprattutto, si cercava di capire come mai due persone nate a distanza di 10 anni l'una dall'altra (1982 e 1992) si siano messe a scrivere un compendio sul calcio socialista non avendo mai vissuto nel socialismo, né avendo visto all'opera i campioni di cui parlavano. 
Quando si parla di socialismo, inevitabilmente, si fa riferimento ad un sistema economico, sociale e politico completamente diverso da quello in cui viviamo ora, tuttavia lo si fa con una buona dose di pregiudizi e luoghi comuni. Si parla di violenze, di nefandezze e di un sistema imperfetto, come se per un qualche assurdo motivo il socialismo dovesse essere il paradiso in terra contrapposto all'inferno del capitalismo. O meglio che il socialismo debba esserlo (o debba esserlo stato) a prescindere, data la pervicacia dei suoi sostenitori. Ma (come direbbe mia madre) «l'uomo è sempre l'uomo», dunque il sistema politico può aver avuto delle storture, anche giganti, ma ciò non toglie che il socialismo ha rappresentato, realmente, un'alternativa tangibile al capitalismo e ai suoi sfaceli in nome del mercato e del profitto, dello sfruttamento dell'uomo nei confronti di un altro uomo.
Credenze popolari, luoghi comuni e propaganda, insomma, che si sono riversate (e continuano a farlo) nell'ambito calcistico: gli undici della DDR erano considerati seconde linee dell'atletica leggera e, dato che il calcio nel Campo Socialista veniva considerato inferiore alle discipline olimpiche, i calciatori erano automaticamente più scarsi e più che dilettanti. Dilettanti al quadrato, in un sistema che non concepiva i calciatori srapagati e fenomeni mediatici come ora: si poteva «venire applauditi negli stadi per fare quel che si ama», come diceva Yashin. Tutta un'altra storia. 
Quando affrontiamo la tematica del socialismo nell'ambito delle presentazioni del libro, dunque, ci teniamo sempre a sottolineare delle cose che abbiamo a cuore: documentandoci sulle storie, sugli uomini e sulle vicende che hanno segnato (nel bene o nel male) il calcio nell'URSS e nei paesi del Patto di Varsavia, si scopre che la stampa occidentale ha distorto 8 vicende su 10. Tutto questo ha fatto in modo che ne venissero esaltate 2, proprio quelle in cui il calcio socialista non aveva proprio dato il meglio di sé, come accadde a Streltsov. 
Wikipedia, in modo molto british: «Una leggenda metropolitana
italiana che ha avuto molto credito sulla stampa,
riferì come il calciatore nordcoreano fosse un dentista»
Non significa, da parte nostra, non dare credito a quelle due storie, tutt'altro: significa considerare quelle due negative ma anche dare spazio a quelle otto di cui non si ha (mai) notizia. O se ne ha avuto contezza in modo distorto: Pak Doo-Ik non era un dentista, ad esempio, eppure ancora oggi c'è chi crede che l'Italia sia stata eliminata dalla Nord Corea a causa di un dentista. 
Ecco, questo è quello che abbiamo fatto e che siamo stati stra-felici che sia stato apprezzato dai presenti al Sally Brown. 





Dichiarazioni infelici: «una spada!»

Tra le dichiarazioni più infelici del Millennio, c'è quella di Fabio Rampelli (in quota Fratelli d'Italia) a margine del ballottaggio di Ostia. L'uomo dice, in sostanza, che il Movimento 5 Stelle è andato bene: «una spada!», ironizzando sul cognome del clan noto ai più a seguito dei recenti fatti di cronaca, insinuando che il M5S avesse beneficiato dei voti del clan nella giornata di ieri. Vorrei scrivere qualcosa in più a riguardo, considerazioni che ora vagano nel mare del brainstorming, ma per il momento meglio tacere. Forse tra un po', su Pressenza

Che poi, Rampelli e i cugini di Francia, farebbero bene a tacere: Tor Bella Monaca parla da sé, la chiusura della campagna elettorale a via dell'Archeologia, anche. 

Le lacrime di coccodrillo dell'Italia

C'è chi si lamenta, anche molto, per l'uscita dell'Italia dai Mondiali. Dicono che avrebbero meritato, che la nazionale aveva dato tutto in questa partita, che avevano voglia di vincere. 
Una sola cosa è sufficiente a far luce, oggettivamente, su tutte e tre le giuste motivazioni che portano costoro. È vero: l'Italia ha dato tutto, ha giocato da sola nella metà campo svedese. Ma, c'è un ma

Il 'compagno idiota'
Chi non sta più al liceo si ricorderà le interrogazioni di latino e greco. Si ricorderà, sono sicuro, dei compagni costantemente impreparati nel corso dell'anno che tentavano disperatamente di dare il massimo all'ultima interrogazione in pieno giugno: mentre tutti preparavano i gavettoni, c'era lui, il tizio che prendeva sempre 3, che stava sui libri. 
Lui, che aveva fatto i gavettoni tutto l'anno, era costretto ad apprendere l'intero programma in manco 48 ore. Il discorso che faceva, più o meno, era:  «Vabbè, io a chimica faccio schifo, e vabbè me pijo er debito; matematica manco la tocco, e vabbè me pijo er debito; greco e latino insieme non le posso tené sinò me bocciano. A una de ste due devo pijà 6». 
Come se in una stagione di 3, il 6 a fine anno rappresenti il momento del riscatto, la fase finale a cui cui la prof, meravigliata, gli dice: «Bravo, grande, ottimo: pijate sti tre debiti e levate da davanti che non te posso vedè». Salvo poi che quella prof non venga mandata via: quel tizio ce l'avrà almeno per un altro anno (se sta al ginnasio), altrimenti altri due. 
Ovviamente il tizio, nella stragrande maggioranza dei casi, veniva bocciato.
Poteva anche succedere che venisse rimandato a settembre con chimica, matematica e greco ma poi a settembre non aveva scampo.

«O mùthos delòi»
L'Italia, dopo un anno di nulla, cerca di riscattarsi all'ultima partita. Non succede nulla (o meglio, succede tutto!), viene eliminata: piange e si dispera. Lacrime di coccodrillo e niente più. 
Pianti e disperazioni come quel compagno idiota del liceo che per tutto l'anno scolastico ti implorava perché doveva copiare le tue frasi e le tue versioni, dato che la sera prima non aveva fatto nulla. Pianti e disperazioni di uno che vuole riscattarsi e dare il tutto per tutto in una sola giornata, in una sola partita. Ma è evidentemente impossibile che accada.
È impossibile che il compagno di liceo riesca a memorizzare tutto il programma in poco tempo, così come è stato impossibile vincere contro la Svezia basando il proprio gioco con i cross spioventi dalle fasce. Roba che il più basso degli svedesi è alto 170 cm.


«Dai, prof, se me fa passà, non me vede più e nun dice che so na disgrazia, dai».

Qualcuno ha davvero chiesto a Pochesci cosa pensasse riguardo la Nazionale?

In rete è diventato virale un video del Pocheschi-Nazionale in cui, con fare da übermensch, si diletta in argomentazioni che vanno rubricate nella massima in voga nelle banlieu romane di chi mena pe primo mena du vorte. Dice: «nun semo più boni a menà», «semo diventati parolini», «ce menano e piagnemo»«ne'e primavere ci sSanno tutti sSra(g)nieri (*)» e affermazioni d'un'arditissima audacia quali: «na vorta eravamo boni a menà». Le argomentazioni sono tipiche di quelle di un fascista che vuole far leva sul sentimento nazionale per dare una patina di legittimità al suo discorso arrogante («si usciamo perdemo noi, perdete voi cciornalisSi, perde l'Italia»). Il sentimento "patriottico" è, in tal caso, spesso connesso alle vicende calcistiche degli undici in maglia azzurra che riaffiora a fasi alterne, anche se per la stampa nazionale, come il CorSera, è solo indice di uno che, allenando a TBM, ha «le spalle robuste». (!) Come dire: «dai, è ovvio che me freghi il portafoglio, sei di Scampia», frenologia portami via (come sempre, i Simpson sono un riferimento a riguardo). 

Indubbiamente baciato dalla sorte e da una fortunata serie di eventi, ha avuto un'improvvisa ascesa dalla Serie D alla Serie B grazie all'operazione Unicusano/Ternana.
Mi sfugge, tuttavia, un piccolo particolare: qualcuno ha chiesto davvero un'opinione a Pochesci riguardo la Nazionale? Si sentiva il bisogno del suo sfogo?
[La domanda è retorica, obviously. La risposta sarebbe un secco no].



(*) Pochesci sa bene, in ogni caso, il sistema di reclutamento di giocatori stranieri, la speculazione e tutto ciò che gira intorno a tale mercato, specie nelle giovanili di Roma e Lazio. Il caso Minala della Vigor Perconti accenderà una lampadina sopra la testa dei più. E, come disse Peppino in Totò, Peppino e la mala femmina, «ho detto tutto».


P.s. Il Pochesci, rischia il deferimento. 

Dissidenza

La foto me l'ha scattata un'attivista di borgata finocchio, dell'associazione Collina della Pace. Ha detto  che l'avrebbe chiamata Dissidenza, così per scherzo. Ma in realtà neanche più di tanto: portare una bandiera della pace a fianco ad un monumento dei caduti militari è certo dissidenza. 
Sono stato molto felice d'aver partecipato alla contromanifestazione del 4 novembre a Finocchio: i ragazzi erano attenti e chiedevano, interagivano, ponevano domande. Sperando non si guastino nel corso degli anni: le scuole medie sono un momento complicatissimo, di crescita impetuosa e di inconsapevolezza di se stessi e del mondo.

Poche righe, più avanti scriverò qualcosa in più sul contro 4 novembre.



C'è del freddo a Riofreddo

«Siete qui per la sagra? Mettete la macchina qui (cioè sulla Tiburtina Valeria): è un po' lontanuccio  (traduz. 1km a piedi) ma purtroppo è tutto pieno», disse tizio della Protezione civile. 
Camminata a parte, freddo escluso (d'altronde lo dice il nome del paese di 700 anime circa) è stata una gran bella giornata, a riparo dalla metropoli e dalla periferia.

Che poi la sagra della castagna, era solo un pretesto per la polenta e lo stiffetto di legno. Cesanese incluso. Senza contare tutto il resto (capra alla cottora, arrosticini etc).

E c'erano pure gli artisti di strada:



Non ci piacciono per niente le feste popolari ;)

Venezuela: l'opposizione brucia le persone in piazza, l'UE la premia

Ieri ho appreso che l'opposizione venezuelana verrà insignita del premio Sakharov «per i diritti umani» ( su cui già ci sarebbe da dire ampiamente sulla sua assegnazione e sul 'premio farsa' che è) il 13 dicembre presso la sede di Strasburgo dell'Europarlamento.

A tal proposito, l'intervento dell'Eurodeputato di Izquierda Unida Javier Couso in poco più di due minuti, destruttura ogni singola menzogna sul Venezuela. Il video è in spagnolo ma l'ho tradotto (non è così incomprensibile quel che dice).

«Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui si può entrare ed uscire liberamente dal Paese per criticare il Governo. Mi ricordo del franchismo, sono nato ai tempi della dittatura fascista spagnola e gli oppositori quando uscivano dal Paese venivano carcerati, fucilati e torturati. A migliaia.
Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui si sono tenute 20 elezioni nel corso di 18 anni (2 perse dal Governo).
Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui ci sono partiti legali.
Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui ci sono mezzi di comunicazione (privati ndt) che criticano il Governo.
Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui in un potere nazionale come il CNE (Consiglio Nazionale elettorale ndt) l’opposizione celebra le sue primarie (prima di quelle farsa svoltesi in strada in cui c’è stata prova del voto drogato ndt).
Penso che quello che si verifica dal 2002 è un tentativo di destituire il Governo con la forza.È un atto gravissimo, dato che si invoca la delegittimazione e il rovesciamento del governo e si incita alla violenza i sostenitori di tale sovversione. 

Sono proprio rammaricato che questo signore (parlamentare europeo indicato da Couso probabilmente e verosimilmente di schieramento avverso al GUE ndt) non condanni la distruzione dei trasporti pubblici, l’utilizzo di minori nelle strade, la devastazione dei camion che portavano il cibo oil rogo pubblico di persone perché sospettate di essere ‘chaviste’».
Il rogo del ragazzo sospettato di essere 'chavista'.
Questa è la democrazia e quel che si dice 'opposizione democratica' per l'UE


Perché la DDR cadde "per la cioccolata e per i jeans" | Revisionismo for dummies

Quando con Fabio abbiamo scritto Calcio e Martello, in uno dei nostri scambi (poi tramutato in un Discorso da Bar) c siamo ritrovati sulla stessa posizione, come spesso accade, riguardo la DDR e l'URSS. O meglio, su come la propaganda occidentale abbia mitizzato nel ridicolo la caduta dei due paesi socialisti. Se si andassero a riprendere i giornali (anti-comunisti e non, progressisti o democristiani) dei paesi del Patto Atlantico, la DDR era considerata un irremovibile moloch che aveva una mancanza strategica e evidente nella sua economia: la cioccolata (!). 
A questa retorica, ovviamente, seguitano anche le posizioni di accademici che tengono corsi (magari di Storia contemporanea o Geografia) nelle varie università italiane i quali, con evidente nonchalance affermano tutt'ora che l'URSS era «evidentemente in crisi negli ultimi anni della sua vita: pensate che nei negozi alimentari mancava il salame, mi ricordo si facevano lunghe file nei pochi 'alimentari' disponibili per comprare il salame, in quei pochi esercizi commerciali che ancora ce l'avevano».

Evidentemente (sono sarcastico, eh) dei beni di prima necessità, insomma. 
La cioccolata, il salame e magari un paio di jeans all'americana, o all'occidentale come si diceva nei paesi socialisti. 
Come se, davvero, dei paesi cadono per la cioccolata e il salame, un paio di jeans, e non a causa delle ingerenze esterne (si vedano i fiumi di dollari dati all'Ungheria negli corso degli che deprimevano e alteravano l'economia socialista - un po' come quello che sta succedendo col 'dolarparallelo' in Venezuela), il revisionismo, la guerra economica etc etc. 
Per alcuni contano, purtroppo, salame cioccolata e vengono presi in considerazione come dei dati storici quasi incontrovertibili in un dialogo con un interlocutore B, ad esempio. 

Un po' come quella puntata di Futurama in cui c'è Fry che vuole andare sulla luna (dato che la Planet Express aveva una consegna da ultimare proprio sul pianeta) perché da piccolo aveva mitizzato l'arrivo dell'uomo su di essa. Arriva lì, e, deciso ad intraprendere il percorso guidato alla scoperta della colonizzazione lunare, si rende conto che la guida turistica si basa su fatti storicamente errati fatti passare per reali (leggasi: revisionismo for dummies): dai crateri lunari spuntano una sorta di eschimesi (!) che canticchiano Peschiamo dall'igloo, balene o su per giù non c'è neanche una sogliola e i pinguini fan cucù
Lela, la mutante/umana che accompagna Fry, canticchia l'assurda canzone e ammonisce l'umano degli anni '90 che dice come non sia andata così la Storia. Tutti non la pensano come lui, evidentemente. 

Il fat(t)o però vuole che in questi giorni mi trovi all'archivio del Manifesto per il lavoro di ricerca in vista della tesi di magistrale. Apro un falcone che contiene i giornali del 1995. Mi capita l'occhio su questo trafiletto intitolato «Per trovare lavoro nella ex-Rdt (Repubblica Democratica Tedesca)»
Questo, il testo. 
«Berlino - I risultati di una inchiesta nel Brandeburgo, la più grande delle regioni della ex-Rdt, sul forte aumento di donne che decidono di sterilizzarsi (da 800 nel '91 a 6.000 nel '93) indica tra le cause più frequenti i timori legati al posto di lavoro. Fonti ufficiali calcolano che nella ex-Rdt la disoccupazione reale (15% della forza lavoro) e quella camuffata da interventi sociali di sostegno, colpiscano in totale 2,2 milioni di persone. E fra le motivazioni che hanno spinto alla sterilizzazione le quasi 300 donne interpellate nell'ambito della ricerca, il timore di perdere o di non riuscire a trovare un posto di lavoro a causa di gravidanze ha sempre "giocato un ruolo" precisa la ricerca. "Nessuna di loro, però, ha detto di essere stata spinta a farlo da datori di lavoro"».

Ecco. La RDT sarà anche caduta per la cioccolata o per un paio di jeans, ma almeno non ci si sterilizzava per paura d'essere licenziate. Ma tant'è.

Il 'Rosatellum'

Qualche settimana fa scrivevo uno di quei miei pipponi su Pressenza. Scrivevo a proposito del cosiddetto Rosatellum, del perché non è una legge democratica e che non garantisce rappresentanza e rappresentatività. Una legge come molte altre negli ultimi decenni: a-democratica.
Mi era venuto in mente di riportare integralmente l'articolo, ma siccome è un po' lungo e la gente oltre le quattro righe non legge più, mi limito a mettere il link qui sotto.

«Non è antidemocrazia, è solo il Rosatellum, bellezza» - https://www.pressenza.com/it/2017/10/non-anti-democrazia-solo-rosatellum-bellezza/

«Ballata di un amore italiano» di Daniele Longo. Nostalgia agrodolce di un paese oggi smarrito ma che ha conosciuto tempi migliori

Ho ritrovato, per puro caso, sbirciando tra i backup del computer, il primo articolo che ho scritto per 'il manifesto', il 31 dicembre 2011. Un momento prima, in sostanza, che il quotidiano fallisse e rinascesse con la nuova cooperativa 'il nuovo manifesto' la cui storia è nota ai più. 


«La Ballata di un amore italiano non nasce libro - spiega l'autore - ma testo teatrale per uno spettacolo che scrissi qualche tempo fa». (Ballata di un amore italiano, Davide Longo, Feltrinelli, pp. 111, euro 12). Longo, infatti, prima di romanziere, nasce come sceneggiatore di teatro e di programmi radiofonici. La sua ballata prende forma durante la frequentazione della scuola di scrittura Holden di Torino. Doveva essere portata in teatro, ma poi è diventata «radiodramma in cinque puntate» con tanto di voce di Natalino Balasso. Ma poi, lavorando e meditando più e più volte sul testo, tagliando e cucendo varie parti, ne è uscito fuori un rommanzo con l'ambizione di essere innovativo, perché alterna prosa e versi.
Un prosimetro? Non proprio. Semmai, un romanzo che vuole intervallare delle parti in prosa a delle parti in rima in cui Renata, protagonista della scena principale delle pagine, parla con se stessa o forse parla anche con qualcuno ma che non sta ad ascoltare. Un dialogo con se stessa, magari una confessione. Tutto si apre con delle prove, il sound check dell'orchestra che accompagnerà Checco, l'altro protagonista, e Renata per tutta la durata delle centosei pagine del libro. Le pagine scorrono in fretta, una dopo l'altra come le canzoni suonate dall'orchestra (a volte denominata con una punta di disprezzo «orchestrina»), brani che riportano i due protagonisti ai tempi lontani della loro gioventù. Passano i secondi, i minuti delle canzoni come i ricordi e allora via con la carrellata di «amarcord» che fa tornare Checco in decappottabile e Renata lasciata sola durante le nozze proprio dal novello sposo. Motivi di lavoro, perdonati, ma riaffiorano tutti, senza alcun rimpianto o nessun tipo di rimorso. C'è solo il ricordo di qualcosa che non c'è più. «Un altro giorno è andato / la sua musica ha finito/ quanto tempo ormai passato, passerà», scriveva il cantautore Francesco Guccini. 
Longo percorre le canzoni di un'Italia che ha conosciuto tempi migliori, come l'amore di Checco e Renata che però a distanza di anni rimane solido perché hanno voglia di riscoprirsi. Lui che litiga con la famiglia di lei, la abbandona durante le nozze, ha ancora qualcosa da dire e, mentre la cantante dell'orchestra si destreggia tra un sol diesis e un la minore, Checco e Renata giocano a chi si ricordava più dettagli del primo giorno in cui si sono incontrati o com'erano vestiti alla festa di chicchessìa e via dicendo. Giocano a fare i ragazzi, forse lo sono ancora sotto la loro età anagrafica che si può solo percepire. Giocano a fare gli innamorati. Il tutto intervallato con momenti di riflessione in versi, momenti in cui l'autore taglia con l'accetta il tempo trascorso, la notte che Renata ha trascorso da sola a Capri perché Checco doveva tornare indietro. Alle canzoni, ai ricordi, al tempo trascorso, ai numerosi alcolici, si aggiunge il ballo, altrimenti che «ballata» sarebbe? 
Ballando tornano indietro nel tempo, si rivedono giovani, attirando gli sguardi degli altri mentre ondeggiano tra una nota e l'altra. Ma a loro non importa.

«Un buffo del varietà nella parte di un sergente»

Elsa Morante
Ogni tanto, per ridere un po' della loro imbecillità, vado a spizzàrmi (*) le pagine dei vari gruppetti neofascisti di Roma Est. Uno di questi, di Torre Angela, posta continuamente locandine che in altri tempi sarebbero stati dei manifesti. Una di esse recitava, più o meno: «Lepanto: li abbiamo vinti allora, li vinceremo oggi», alludendo alla Battaglia di Lepanto in cui la cristianità sconfisse il moro
Mi è sembrata una locandina talmente ridicola da essere calzante con la descrizione del loro capo, mirabilmente descritto dalla Morante in La storia, volume che sto leggendo adesso in colpevole ritardo. 

«[...] Nell'aula dove essa insegnava, proprio al di sopra della sua cattedra in centro alla parete, stavano appese, vicino al Crocifisso, le fotografie ingrandite e incorniciate del Fondatore dell'Impero e del Re Imperatore. Il primo portava in testa un fez dalla ricca frangia ricadente, con in fronte lo stemma dell'aquila. E sotto un tale copricapo, la sua faccia, in una esibizione perfino ingenua tanto era procace, voleva ricalcare la maschera classica del Condottiero. Ma in realtà, con l'esagerata protrusione del mento, la tensione forzosa delle mandibole, e il meccanismo dilatatorio delle orbite e delle pupille, essa imitava piuttosto un buffo del varietà nella parte di un sergente o un caporale che mette paura alle reclute [...]».

(*spiz-zà-re: v.tr. nell'uso corrente, voce verbale che si usa nell'ambito di un determinato uso dei social network. Tale uso sta ad indicare l'azione dello spiare profili o pagine per i più disparati fini 

Plaza de Cibeles. Futuro prossimo. *

di Marco Magnante
La piazza si è riempita già dalla sera precedente.
Nessuno vuole perdersi lo spettacolo.
È una giornata d'inverno, ma anche il sole vuole partecipare e scalda la folla con la luce del mattino.
Arriva la carretta.
Un brusio che diventa boato.
Si è lui, è proprio lui. Il cittadino Filippo, quello conosciuto come Filippo VI tiranno di Spagna, prima che il popolo liberasse la Zarzuela.
Trema Filippo, dentro la sua camicia bianca aperta fino al petto.
Trema nel vedere i sei scalini che portano alla ghigliottina.
Ma trema soprattutto nel vedere lui.
«Ma io ti conosco!»
Gli occhi del boia si riempiono d'orgoglio.
«Sei Sanson. Ma come è possibile? Hai tagliato la testa al re Luigi, non dovresti essere qui, non dovresti essere vivo.»
«Ma il mio lavoro non è finito, cittadino Filippo. Finche ci sarà un re, ci sarà bisogno di me» è la risposta colma di ardore di Sanson.
La piazza ammutolisce, Filippo anche. Si sente solo il rumore degli scarponi del boia.
Fra poco non solo non sarà più Re ma sarà solo un ricordo.
Viene strattonato e la sua testa è infilata li dove deve stare.
La vecchia ghigliottina è arrugginita ma fa ancora il suo lavoro.
E' un attimo.
La testa rotola.
La piazza urla di gioia in un tripudio di bandiere catalane, basche, galiziane e di di tricolori repubblicani rosso-giallo-viola.
Sanson se ne va, non è il suo momento di gloria.
Con un ghigno felice torna a casa aspettando di essere chiamato per un altro lavoro.
Qui ha finito.



La Spagna è libera.

Catalogna

La questione catalana ci ha dimostrato che la democrazia è "sana", "nobile", "positiva" solamente quando si contrappongono i due o tre (come nel caso italiano) tronconi della politica istituzionale i quali rappresentano le stesse facce di un'identica medaglia.

La questione catalana ci ha insegnato come il popolo della Catalunya non voleva altro che esercitare un proprio diritto democratico, proprio delle democrazie liberali, ma il cui tentativo è stato fermato tanto con metodi istituzionali, tanto con metodi repressivi. In barba alle varie "Carte di Helsinki" e affini, firmate dai paesi europei.

La questione catalana ci ha poi mostrato (ma in primis a me personalmente) che se si interpreta la faccenda con corposi documenti affermando che la classe operaia non è alla testa del movimento e, dunque, che la rivendicazione indipendentista rappresentrebbe solo ed esclusivamente gli interessi contrapposti di due borghesie (come ha sostenuto ad esempio il PCPE), significa non capire un fico secco di come l'indipendenza abbia rappresentato, e rappresenti tutt'ora, un movimento di massa. Negarlo significa voler continuare ad avere un seguito esiguo e un miserrimo riscontro elettorale.

Oggi in Catalogna, domani in Sardegna, Sicilia, Corsica, Kurdistan etc etc (la lista è lunga).

Quella volta in cui la Groenlandia femminile di calcio arrivò terza agli "Islands Games"

«La Groenlandia sta 'in alto a sinistra' sulla cartina del Mondo», prendendo in prestito l'espressione di Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif).
Bando alle ciance: sì, in Groenlandia si gioca a calcio e, anzi, il movimento calcistico (femminile e maschile) è decisamente in espansione, come il Socialismo nelle canzoni degli OfflagaDiscoPax. Si parla, ovviamente, di calcio a 11 e di una particolare declinazione dei mondiali di calcio: gli Islands Games.
Per approfondire sul calcio groenlandese, rimando a questo link  di un articolo che ho scritto due anni fa per il blog di Fabio Belli (Storie Fuorigioco) in cui troverete tutto quello che vi potrà interessare. Sempre, e solo, se siete nicchisti come il sottoscritto o inattuali come Carlo Martinelli (giornalista dell'Adige).

Che cosa sono gli Islands games

I 'Giochi delle Isole' (conosciuti anche come NatWest Island Games per motivi di sponsorizzazione) sono un evento internazionale raggruppante più discipline sportive organizzato dall'International Island Games Association. Si tengono ogni due anni e l'edizione del 2017 s'è svolta a Gotland, un'isola "svedese" in mezzo al Mar Baltico fra il paese scandinavo prima citato e la Lettonia. L'edizione appena trascorsa ha visto circa 3000 concorrenti, provenienti da più di 20 isole del mondo, confrontatisi in 14 discipline sportive diverse.

L'edizione del 2011

È bene non perdersi troppo in chiacchiere ed arrivare subito al sodo: l'edizione del 2011 dei NatWest Islands Games è stata particolarmente interessante dal punto di vista della composizione del podio: 1° Åland, 2° Isola di Man, 3° Groenlandia.  
Il terzo posto se lo aggiudicò, infatti, la selezione femminile groenlandese di calcio, nello stupore (positivo) generale e nel puro sostegno di tutti gli spettatori che erano andati a godersi lo spettacolo della nazionale groenlandese giocare su un campo da calcio in erba. Le temperature rigide proprie della Groenlandia fanno sì, infatti, che i campi siano praticamente solo di terra. Bagnata, asciutta, secca, terra-che-diventa-fango, ma comunque sempre terra; in alcuni casi anche neve (!) ma avviene raramente: si gioca all'aperto, infatti, per soli tre mesi l'anno. Ultimamente, però, la federazione groenlandese di calcio si sta attrezzando per ammodernare i propri campi installandovi l'erba sintetica, uno di questi si trova nella capitale Nuuk (o Gothåb in danese).
L'unico gol groenlandese della semifinale con le Åland | © WightEye
La Groenlandia femminile, dunque, quell'anno riesce ad approdare alle fasi finali dell'edizione a seguito di una brillante prestazione nella fase a gironi, e anche aiutate da un pizzico di fortuna nell'accoppiamento con le altre nazionali: il mini-campionato in cui era inserita la selezione biancorossa era composto da Isola di Man e Gibilterra (non propriamente un'isola, ma vabbè).
La prima partita è un disastro e le ladies of Manx rifilano 3 gol alle inuit, tuttavia le donne groenlandesi non si perdono d'animo e insaccano per 9 volte contro un'attonita Gibilterra il giorno successivo.
Una fase di gioco di Åland - Groenlandia | © WightEye
Le nostre approdano alla semifinale contro la più forte compagine delle isole Åland; il risultato è decisamente negativo: 6-1 e Groenlandia abbattuta.
Karoline Malakiassen, l'autrice del gol
in una foto dello scorso anno con la maglia
del suo club l'A.T.A. della città di Tasiilaq.
Sconfitta ma non vinta. Un blogger locale, che in quei giorni, seguiva la kermesse sportiva, ha scritto come le groenlandesi, nel match perso contro le Åland (dalle parti di East Cowes Vics) non avessero «mai perso la testa, nonostante il risultato negativo di tutto il secondo tempo: hanno continuato a giocare fino all'ultimo secondo».
La finale per il terzo posto, però regala grandi soddisfazioni alle eschimesi: il gol della vittoria arriva al 75', firmato da Karoline Malakiassen, contro le Westerns Isles (Scozia), a causa di un portiere non propriamente nel ruolo.

La festa delle Groenlandesi è un tripudio di inadeguatezza ed estrema felicità (ben controllata) nel ricevere una medaglia da parte degli organizzatori della manifestazione, con i pochi - ma significativi - presenti che urlavano: «We love you Greenland, we do: oh, Greenland we love you», in piena tradizione british, anzi, wightish.

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