Elezioni Usa, "occhio" ai third parties



«Ma sì, vota pure per un terzo partito: spreca pure il tuo voto!»
La frase potrebbe essere stata pronunciata da chiunque in un qualsiasi Stato Americano in un'altrettanto indeterminata fase elettorale. Gli USA sono - agli occhi di qualsiasi giornalista, osservatore, cittadino mediamente interessato alle questioni politiche e non - il Paese che più rappresenta il bipartitismo e il sistema elettorale maggioritario: si sta o dall'una o dall'altra parte, a meno che sia l'una che l'altra non vengano considerate two sides of the coin, cioè due facce della stessa medaglia. E' bene, dunque, riflettere a freddo e a qualche giorno dalle elezioni americane sui dati che hanno consegnato le urne e in particolar modo quelli riguardanti i third parties tenendo però a mente la piccola quanto utilissima guida sul come si vota negli 'States' che ha scritto Andrea Marinelli pubblicata dal sito del Corriere della Sera a poche ore dal voto americano.

Third parties in cifre

Chiunque, dopo un rapido sguardo dato alle percentuali dei Repubblicani e dei Democratici, considererebbe qualsiasi altra percentuale completamente nulla. Le cifre, in effetti, non lasciano ampio margine al dibattito: Donald Trump, candidato repubblicano, ha guadagnato il 46, 56% e 290 grandi elettori al Congresso Americano mentre Hilary Clinton, candidata democratica, ha ottenuto il 47,83% e 232 delegati. I maggiori third parties degli USA sono il Libertarian Party (Partito Libertario), il Green Party (Partito Verde) il Constitution Party (Partito della Costituzione): le rispettive percentuali di questa tornata elettorale sono state 3,28% (4.363.228 voti), 1,02% (1.358.508 voti) e 0,14% (190.308 voti). 

A vederla così, sic et simpliciter, si tratterebbe di un misero quinto quarto, come da tradizione popolare romanesca, anche perché il vero exploit di un third party ci fu solo nel 1996 ovvero l'anno della fondazione del Reform Party of the USA (tradotto, forse un po' liberamente, Partito dei Riformatori degli Stati Uniti d'America). 
Quel Reform Party che prese l'8,40% alle Presidenziali del 1996 e che lasciò al palo gli altri partiti come il Libertarian, oggi di gran lunga più forte rispetto a dieci anni fa; quel Reform Party che ebbe tra le proprie linee anche Donald Trump per un breve periodo di tempo; quello stesso partito che nel 1998 riuscì a strappare il governo del Minnesota al blocco repubblicano/democratico e che nel giro di pochissimo tempo implose sotto il peso di scandali e mala gestione all'interno della stessa organizzazione politica. Il Green Party, in ogni caso, tra i third parties presi in esame, è quello che più è cresciuto in termini di voti e rappresentanza negli Stati: dal 2008 i verdi sono passati dall'essere rappresentati da 32 stati - più District Columbia - ai 44 di oggi. 

Non tutti, in sostanza, ma una buona base per un sostanziale incremento, senza contare che alle scorse presidenziali il Green Party riusciva a prendere poco più dello 0,35% mentre ora triplica i consensi e sfiora il milione e mezzo di voti con picchi in Hawaii (3%), Oregon (2,5%) e Vermont (2,3%). Se il Green Party ha avuto un incremento riguardante una crescente presenza negli Stati, per il Libertarian party questo dato va affiancato ad un sostanziale incremento dei voti e dei consensi rispetto al passato, a partire dal fatto che il partito del porcospino è riuscito ad essere rappresentato in tutti e 50 gli stati più District Columbia. Fino alle elezioni del 2012, infatti, il Libertarian era riuscito ad essere presente in 48 stati e nel 2008 in 45. 
L'incremento in termini numerici è, da questo punto di vista, sorprendente: dallo 0,4% del 2008 s'è passati ad un timido 0,99% del 2012 fino ad arrivare al 3,28% di questa tornata elettorale. Il dato interessante del Libertarian è che, al netto delle posizioni politiche e dei programmi, è riuscito a strappare tanto negli Stati tradizionalmente repubblicani (come l'Alaska) quanto in quelli a prevalenza democratica: nel Vermont, ad esempio, i repubblicani sono ben staccati dai democratici, ma Johnson, candidato del Libertarian si assesta attorno alla media del 3,4%. Non crolla, in sostanza, e rimane stabile. Ben più staccato il Cosntitution Party (Partito della Costituzione) che viaggia attorno ai 199.00 voti: dopo il crollo alle elezioni del 2012 (0,009% e la presenza in soli 26 Stati), il partito si riassesta sullo 0,14% ma diminuendo la presenza negli stati (solo 24). 

Ovviamente questi dati non segnano una spaccatura del bipartitismo americano strictu sensu ma è importante - almeno a parere di chi scrive - notare e monitorare questa tendenza presente già da più di qualche tornata elettorale. Così come, sempre in riferimento alla tendenza da monitorare, quella che fa riferimento all'area marxista e socialista americana che merita decisamente una menzione (non foss'altro per la tenacia di mantenere una posizione tale in un paese come gli USA): se il PSL - Party for Socialism and Liberation non riusciva a prendere più di 9.000 voti (Presidenziali del 2012) e ad essere rappresentato in 10 stati, ora aumenta a più di 50.000 voti il proprio consenso, grazie anche alla presenza della sua candidata Gloria la Riva alle proteste feroci di Baton Rouge e degli afroamericani, appoggiate dal PSL fin dalla nascita dello stesso (2008). 

L'incremento del PSL, dunque, va letto con la stessa lente - verrebbe da dire - e con la stessa chiave di lettura di quella fino a qui adoperata per i third parties: il voto afroamericano, così genericamente classificato da media e stampa internazionali, ha sicuramente influito nell'aumento di consensi in favore di Gloria la Riva, così come allo stesso modo, settori repubblicani si sono affidati al turboliberismo del Libertarian party.

Libertarian party, l'incremento del turboliberista

«I mercati tremano». O meglio, lo fanno solo giornalisticamente parlando dato che, pragmaticamente, tanto Trump quanto la Clinton rappresentano meglio di tutti gli interessi degli stessi mercati che non hanno nulla da temere col candidato repubblicano che si appresta ad insediarsi sullo scranno di Presidente degli USA. Le proposte del Libertarian sono più o meno ordinarie per la retorica pre-elettorale che accompagna gli elettori americani al voto: meno stato, più mercato, il motto repubblicano nel terzo partito americano viene estremizzato e si arriva a proporre la privatizzazione di tutti i servizi pubblici e l'abolizione del welfare state.  
Libertarian Party Porcupine
L'emblema del Libertarian è il porcospino
che va ad affiancarsi all'elefantino dei
repubblicani e all'asinello dei democratici
L'incremento dei consensi del Libertarian va inserito nel quadro di polarizzazione (a destra) dell'elettorato e del corpo sociale americano: le iniziative di Obama riguardo la riforma sanitaria (unico sprazzo vagamente social-democratico dell'amministrazione Obama) hanno fatto sussultare ampi settori della borghesia e del capitalismo americano gridando al socialismo (sic!) e le proposte del partito del porcospino non sono sembrate poi così ostili ad una parte della società americana. Il Libertarian supera il 9% in New Mexico e il 6% in South Dakota andando a conquistare un ragguardevole risultato complessivo.


Perché dire e votare "no" è un atto partigiano

Il termine partigiano, letteralmente, indica colui che ‘prende parte’‘assume una posizione’ in contrapposizione di un’altra. Celebre, in tal senso, è lo scritto di Antonio Gramsci del 1917.
Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccherianon è vitaPerciò odio gli indifferenti.[…]Sono partigianovivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadiniNon c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivosono partigiano. Perciò odio chi non parteggiaodio gli indifferenti.
La Storia Contemporanea ha, poi, traslato il termine in quello di formazioni armate che combattono in un territorio occupato dal nemico. Giovedì 8 settembre sono stato alla Cerimonia della Consegna delle Medaglie della Liberazione che s’è svolta in Campidoglio, più precisamente alla Sala della Protomoteca.
Mi ero portato la macchina fotografica, oltre a monitorare quel che accadeva, per un reportage fotografico da inserire nel comunicato stampa dell’ANPI di Roma.
I fotografi stavano accalcati alla destra di chi riceveva le medaglie, consegnate ai partigiani da due componenti istituzionali, di cui uno — l’assessore alla cultura — faceva le veci del Sindaco.
Scatto dopo scatto, inizio a chiacchierare con un signore alto e sorridente, con una camicia bianca un poco aperta sul petto: ha forse poco più di quarant’anni, è lì per suo padrese non ricordo male, e finisce che ci presentiamo.
Ci stringiamo la mano, giornalista anche lui: «mi avrai visto in televisione».
La faccia non mi è nuova, tuttavia non riesco ad inquadrarlo.
Continuiamo a scattare quando ci riveliamo di essere entrambi iscritti all’ANPI: «Io a Tor Bella Monaca», dico, «la sezione c’è da poco: neanche due anni»Scivoliamo sulla questione referendaria e sento che inizia col dire, un po’ stizzito: «Non riesco a capire perché l’ANPI debba trascinare tutti i suoi a votare per il No. Alla fine è una libera scelta».
Io, che ultimamente evito accuratamente i dibattiti sensibili dalle tematiche sensibili con chicchessìa, mi giro un po’ stupito distogliendo lo sguardo dalla macchina e dalle foto: «Come, ‘non riesco a capire’», dico«l’ANPI deve prendere posizioneE deve prenderla per il ‘No’non ci sono alternative a riguardo».
Il giornalista si gira verso di me e, un po’ accalorato — ma anche alteratosi leggermente data l’importanza del dibattito — mi fa: «Ma chi l’ha detto?! Ma questo lo dici tu! Mio padre vota , è un partigiano: io voto sì! L’ANPI non può mica decidere per tutti, eh!».
Rimango un po’ basito e cerco di rispondergli a tono: «Ma, scusi, l’ANPI è un’associazione di partigiani. Partigiano è colui che ‘prende parte’, ‘parteggia’, ‘assume una posizione’. Perché l’ANPI non dovrebbe assumerla?».
Luiancora più risentito, continua a muovere la mano, stringendo la destra in un unico gesto, come quello che si fa ad un interlocutore per comunicargli che sta dicendo una cosa non vera, continua: «Ma perché è una cosa ideologica entrare in questo dibattito!»
Il dibattito si fa serrato: «Certamente è ideologica: l’impianto della modifica Costituzionale lo è, prima di ogni cosa», faccio io, evidentemente basito ed oggettivamente meravigliato dall’argomentazione (palesemente) fallace di un giornalista, iscritto all’ANPI.

Come me.
«Ma assolutamente no: se fai così entri nel merito della riformal’ANPI mica deve entrare nel merito della questione! Così fai ideologia!», si ferma un attimo e poi riprende con lo sguardo verso la platea, risentito come prima «già mio padre ha ridato la tessera della CGIL, vediamo se pure io devo ridarne una e se sarà quella dell’ANPI».Ci salutiamo poco dopo, mi dice «Auguri, per tutto. Certo, per il referendum no, io spero che vinciamo noi».“Noi”.
Tornando a casa, nel lungo tragitto che mi separa tra il Campodoglio e casa, mi sono interrogato su quelle parole e su quel dialogo, sul perché mi sia iscritto all’ANPI e sul perché abbia deciso di intraprendere un preciso percorso di attivismo, parallelamente a quello militante in un’organizzazione politica e al lavoro giornalistico.
Il ragionamento era — per la verità — fin troppo banale, anche se ero ancora meravigliato da quello che aveva detto il giornalista: per quale motivo un iscritto ad un’associazione partigiana, quindi che opera una scelta scegliendo “una parte” per l’appunto, non dovrebbe entrare nel merito di una modifica costituzionale che investe la propria associazione in primo piano? Investe l’ANPI in primo piano per il semplice fatto che è l’organizzazione partigiana che ha racchiuso tutti i combattenti della guerra antifascista e della Resistenza fin dal 1945, prima delle varie scissioni del ’48 e del ’50 di FIVL e FIAP, e che, quindi, ha cacciato il nazifascismo dal proprio Paese e ha pagato col prezzo più alto l’ottenimento della democrazia.

Perché non dovrei “prendere parte” riguardo una specifica posizione e non dovrei “entrare nel merito”?
L’ultimo punto, in effetti, è il fattore che più mi ha fatto riflettere sul carattere della de-ideologizzazione di ogni dibattito e dell’ipocrita tematica di possibilità di lavoro congiunto, nella contingenza di questa o quella fase, su determinati argomenti o tematiche comuni.
La divisione su un argomento centrale come quello della Costituzione non è fatto o questione secondariaè, semmai, la più portante delle divisioni, come lo è quella quella sul modello di sviluppo del Paese e del Mondo; è impossibile affermare la propria condivisione nei confronti di una modifica Costituzionale pretendendo che l’associazione dei Partigiani d’Italia non prenda posizione.
Qualche anno fa, infatti, ho avuto modo di intervistare un antropologo culturale a proposito del post-ideologismo, mi disse testuali parole:

«Non si può parlare di post ideologico, come antropologo dico che non si può vivere senza ideologia: l’ideologia è la visione del mondo. Nella mia ottica antropologica, o anche gramsciana: non si può vivere in un mondo post ideologicocome non si può vivere in un mondo post culturale: noi siamo esseri umani e viviamo dentro un sistema di valori e dentro un connettivo sociale».
Mi rimbombavano in testa, infatti, le parole scritte da Gramsci: odio chi non parteggia.
Rimettendo a posto l’obiettivo e il computer nello zaino, prima di lasciare la Sala, ho avuto tempo per pensare, dato che la macchina l’avevo parcheggiata a Circo Massimo.
Molto, molto perplesso.

(E rafforzato nelle certezze del voto contrario al referendum.)

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