Bullo a chi?

Si è fatto un gran parlare sui giornali, sulle aperture dei Tg e non solo, dello show di Berlusconi al termine delle consultazioni della coalizione a tre Berlusconi-Meloni-Salvini. Molto rumore per nulla. La questione diventa interessante dal momento che qualsiasi commentatore, così come la stampa tutta, è caduta nel giochetto del vecchio Silvio.

«Fate i bravi», dice silvione alla stampa,  «sappiate distinguere chi non conosce l'ABC della democrazia» con chi invece la conosce bene, con evidente riferimento ai cinque stelle prima e alla coalizione in cui è inserito anche il nostro, «sarebbe ora di dirlo chiaramente a tutti gli italiani».
Pare che Di Maio si sia alterato alla battuta di Berlusconi, pare che tutto il mondo abbia rivolto l'animo a quei cinque secondi al termine della conferenza stampa più che a quest'ultima.
È evidente che la stampa italiana, presa da fremiti gossippari, non sia in grado di distinguere l'importanza di una conferenza con un lampo di un attempato signore che, per quanto influente, era in evidente stato di eccitazione da mancata considerazione del suo ruolo da parte di politica e giornalisti. Un po' come quando i bambini pronunciano «mamma mamma mamma mamma mamma mamma» a ripetizione tirando la vestaglia della genitrice in cerca d'attenzione e, una volta ottenuta la parola, dicono cose a sproposito.  La notizia sarebbe dovuta essere, per l'appunto, l'andarsene di Salvini e Meloni che provano a frapporsi fra silvione e il microfono, data l'evidente smania da decenne che quest'ultimo ha nello scansare i due. 
Gli istinti gossippari, di cui sopra, prevalgono e fa notizia Berlusconi. Perché lui, volpone, sapeva che della conferenza stampa non avrebbe parlato nessuno e di lui ne avrebbero scritto tutte le testate: come a dire: «siete stati anni a dare del bulletto a Renzi ma non avete fatto i conti con me, io sono il più bulletto di tutti»

Lo Zio Sam ci riprova: il Congresso USA tenta di mettere fuorilegge l’opposizione a Israele e il movimento BDS

Il Congresso americano ci riprova: il Movimento BDS contro Israele dovrebbe essere illegale, secondo i presentatori del disegno di legge presentato in Aula.
«Qual è stata la risposta del Governo degli Usa al massacro di Gaza? Proteggere Israele», è quanto scrive David Havranek su «Liberation News» il portale online d’informazione del PSL, aderente ad AnswerCoalition. «Il disegno di legge, ora in discussionesancirebbe l’opposizione a Israele, il movimento BDSfuorilegge».

Le reazioni

Più di 100 organizzazioni hanno protestato contro la legge dichiarandosi a favore dello Stato Palestinese e per il Diritto al Ritorno: «In una nota pubblica – recita l’articolo – più di cento organizzazioni nazionali e statali hanno inviato un memorandum al Congresso americano in cui si afferma come il disegno di legge sia opprimente e diretto al movimento BDS e abbia lo scopo di soffocare la libertà di parola». Per non parlare, poi, delle pene previste nel disegno di legge per coloro i quali non vi si atterranno: «sono estreme», ha scritto Havranek. La coalizione in opposizione al disegno di legge è molto composita: tra i 100 gruppi che vi hanno aderito si trovano partiti politici, osservatori palestinesi, pacifisti, attivisti per i diritti civili e anche organizzazioni religiose progressiste.
Ben Wizner, dell’American Civil Liberties Union, ha dichiarato come il disegno di legge in questione sia «anticostituzionale» perché «cerca di imporre le opinioni politiche del Governo a tutti gli americani che scelgono di esprimersi attraverso i boicottaggi». Non solo, ma la legge «punisce i partecipanti ai boicottaggi politici in violazione del Primo Emendamento».
Un passaggio della nota pubblica spiega: «Negli ultimi due anni 24 stati americani hanno emanato leggi volte a punire partecipazione e boicottaggio politico per gli attivisti che si battono per i diritti dei palestinesi. Insieme a queste leggi statali, il provvedimento [in discussione ndt] produrrà effetti molto gravi in tutto il Paese nei confronti di chi si batte per il boicottaggio – forte del Primo Emendamento – e nei confronti di chi si vorrà avvicinare al Movimento BDS per saperne di più».
Anche il rabbino Joseph Berman di Jewish People for Peace, importante organizzazione facente parte del movimento BDS americano e firmatario del memorandum, definisce la legge una «gag bill» [legge farsa ndt], progettata per «proteggere le compagnie statunitensi che traggono profitto dagli insediamenti israeliani nella West Bank e dall’occupazione militare».

Articolo pubblicato su Pressenza

Le parole sono (molto) importanti

«Cerchiamo sales assistant», oppure «train manager» oppure ancora «store manager».
Che poi, stringi stringi, trattasi di, nell'ordine: cassiere, capotreno e quello che c'ha er negozio, più o meno.

Recentemente mi sono accorto di due annunci di lavoro di NTV, l'azienda che gestisce il treno Italo, e di Esselunga: cercavano, nell'ordine, train manager e sales assistant.
L'uso dell'inglese è cruciale (*): vuoi mettere essere sales assistant e non er cassiere?
Tutta un'altra storia, così come il train manager. Mica è er capotreno, è il train manager: comanda qualcuno, è un manager, ha un incarico di responsabilità, deve guidare un gruppo di persone e farlo bene. «Devi assumerti il rischio delle decisioni, dell'esposizione di fronte agli utenti», direbbero i capoccioni, come si dice a Roma.
Il capotreno controlla solo i biglietti durante il viaggio: «un mestiere superato», direbbero sempre quelli di cui sopra.
Nella fase attuale postideologica, per definizione la peggiore delle ideologie perché ne ammette solo una, quella dominante, pronunciare i nomi delle mansioni citate in inglese rappresenta una precisa volontà ideologica e politica: blandire i subalterni, il popolo, il proletariato, la gente, i (s)cittadini, comunque lo si voglia chiamare, per dargli l'illusione del comando e della forza che può trarre da esso.
Nonostante il periodo di lavoro del train manager, magari, sia solo di 6 mesi; uno stage; un dai-che-poi-ti-richiamiamo che non arriva mai.

Quegli annunci, e le confuse considerazioni conseguenti, mi hanno riportato alla banalità dell'uso di una lingua straniera per far sì che il potere (tanto con la p minuscola, quanto con la P maiuscola) utilizzi parole e perifrasi per illudere e acquietare il soggetto subalterno a partire dalla mansione del lavoro. È quasi banale, in effetti, l'uso che viene fatto della lingua in questione, ma sortisce l'effetto sperato, sfortunatamente.

Aiuti (in)volontari - Sdrammatizziamo
Spesso, poi, l'italiano corre in aiuto dell'inglese, tanto nelle descrizioni degli annunci di lavoro sopracitati che in altre circostanze: le perifrasi, infatti, sono la caratteristica peculiare di una colossale arrampicata sugli specchi nel descrivere le mansioni del futuro manager o dell'assistant: forse è una mia impressione, ma quando leggo annunci di questo tipo, mi torna sempre in mente la risposta di Giovanni e Aldo a Marina Massironi in Tre uomini e una gamba. «Cosa fate nella vita?», chiedeva la Massironi e Giovanni, per non sfigurare data l'appena avvenuta presa in giro a danno di Giacomo, si invola in una descrizione eccezionale:
«Beh, noi lavoriamo nella meccanica di precisione... tecnologie avanzate al servizio di progettazioni particolari e specifiche, non so arduèr... Cioè: creiamo dei supporti che poi serviranno per progettare grosse situazioni. Strumenti di precisione per una svolta futura della meccanica.. non so se mi spiego. Sì insomma abbiamo un negozio di ferramenta. Cioè non è che il negozio è nostro: noi siamo commessi».

Commessi, per l'appunto. Fosse stato per il tenore di quell'annuncio sarebbero stati degli store manager. Tizi che vendono cose dentro a un negozio non loro, sarebbe stata una perifrasi portatrice di fin troppo demerito per un sales assistant. E così ancora con il junior manager, senior account, junior developer, CEO (perché mo so tutti CEO) et cetera, et cetera.

O come, tanto per non citare i (fin troppo amati) Simpson, si disse a proposito dell'Università Bovina nella puntata in cui Lisa aveva chiesto un pasto vegetariano alla mensa della scuola e il Direttore Skinner fece proiettare, per tutta risposta, un filmato pro-carni con trippa finale fornita dall'ispettorato carni:



Ma non vi siete resi conto che siete stati appena plagiati dalla propaganda?


(*) Ci sarebbe da parlare, a tal proposito, del bilinguismo utilizzato dal Comandante Ferrer nei Promessi Sposi del Manzoni, ma già sono prolisso così, figuriamoci se metto insieme pure la letteratura e la critica letteraria conseguente. Meglio rimanere sul pop. Così come mi riservo in un secondo momento l'analisi (reale) della celebre scena dell'immigrato rimasto senza lavoro di Sbatti il mostro in prima pagina di Gian Maria Volonté, più che mai appropriato.

«Fare il premier», qualsiasi cosa voglia dire

È ricominciata la campagna elettorale. Lo si vede dalle roboanti (vibranti cit. Giorgio Napolitano) dichiarazioni vuote e senza senso provenienti dai cinque stelle, dalla Lega, dal PD e da Berlusconi.
Luigi Di Maio, leader indiscusso, del Movimento 5 Stelle, nella giornata di ieri ha scritto un post sul «Blog delle Stelle» intitolato La volontà popolare sopra ogni cosa che termina così:

«Come abbiamo detto in campagna elettorale è finita l'epoca dei governi non votati da nessuno. Il premier deve essere espressione della volontà popolare. Il 17% degli italiani ha votato Salvini Premier, il 14 Tajani Premier, il 4 Meloni Premier. Oltre il 32% ha votato il MoVimento 5 Stelle e il sottoscritto come Premier. Non mi impunto per una questione personale, è una questione di credibilità della democrazia. È la volontà popolare quella che conta. Io farò di tutto affinché venga soddisfatta. Se qualche leader politico ha intenzione di tornare al passato creando governi istituzionali, tecnici, di scopo o peggio ancora dei perdenti, lo dica subito davanti al popolo italiano».

Su tutti i giornali, ovviamente, vengono riprese le parole di Di Maio: «sono stato il più votato come premier». Massimo Bordin nel corso della sua quotidiana rassegna stampa ha ironizzato: «Adesso mettiamoci d'accordo per raccordare la presunta volontà popolare di Di Maio con la Costituzione che non parla di elezione diretta del Presidente del Consiglio [cioè il premier ndr]».  Di Maio non è che si impunta a vanvera: i (s)cittadini l'hanno votato come candidato premier, così come gli elettori della Lega hanno votato Salvini Premier etc. Ora, in tempi di crisi e di informazione deviata, è bene riprendere ogni concetto e ripeterlo fino allo sfinimento: il "Premier", in Italia, non esiste. I Governi, tecnicamente, non sono votati da nessuno, come al contrario afferma Di Maio. Nella Costituzione italiana, tanto per fare un esempio, non sta scritto da nessuna parte il termine premier, né tantomeno è mai stato normato che il candidato del primo partito debba obbligatoriamente essere designato dal Presidente della Repubblica come Presidente del Consiglio dei Ministri (non premier).  Craxi è stato per anni Presidente del Consiglio con lo PSI ben lontano dal 15%. 
Non è un problema di nomi ma di poteri: il Presidente non è eletto direttamente. Speriamo che qualcuno lo spieghi a Di Maio. 

Una vita da Emma Bonino (feat. Lo Stato Sociale)

E fai la radicale,
la parlamentare,
la pacifista, 
ma vai in Kosovo in mimetica.

Perché lo fai?

E fai la democratica,
la liberale,
sei liberista
ma hai compassione dei poveri.

E fai la candidata, 
l'extraparlamentare,
prendi lo 0,1% ma sei Ministro lo stesso.

Perché lo fai?
Perché non te ne vai?  

Unavitainvacanzaunavecchiacheballanientenuovocheavanza etc etc..


Tutte le giravolte di Lega e Movimento 5 Stelle su Euro e Europa: è iniziata la campagna acquisti. #famosevolébene

È iniziata la campagna acquisti. Di qualsiasi colore sia il nascituro governo, i due attori principali (Salvini e Di Maio) hanno iniziato una propria, personalissima, campagna volta al famose volé bene nei confronti dei vertici europei.
«Prenda me!», «No, prenda me!», sembra dicano Di Maio e Salvini su un immaginario palcoscenico di fronte ad una platea composta da un solo spettatore: Pierre Moscovici (Commissario europeo per gli affari economici e monetari) il quale prende appunti, silenziosamente.
In effetti i due sono arrivati al culmine delle loro giravolte e tuffi carpiati su posizioni spinose come Europa, dunque vincoli europei, rapporto deficit-PIL; NATO, guerre imperialiste, immigrazione e quant'altro.
I due hanno tenuto, ieri e oggi, una conferenza stampa con la stampa estera e sia uno che l'altro hanno pronunciato le seguenti dichiarazioni:
Così Salvini (Ansa del 14/03/2018):

«Tagliare le tasse porterà ad una riduzione del rapporto debito-pil e ad un aumento della ricchezza reale degli italiani. Questo lo faremo possibilmente rispettando i parametri imposti da Bruxelles, dico possibilmente, perché questi numeri con le nostre riforme prevedono che il famoso tetto del 3 per cento venga rispettato. Ovviamente, se per aiutare la crescita si dovesse sforare dello zero virgola qualche vincolo europeo, quello zero virgola non sarebbe un problema».
Così, Di Maio (AskAnews del 14/03/2018):

"Con la Ue «vogliamo avere un'interlocuzione ferma ma collaborativa», sapendo che il quadro politico europeo «ci offre nuove opportunità», e che - rispetto al proprio elettorato - «abbiamo un vantaggio: ho detto in campagna elettorale che non era più il momento di uscire dall'euro, non abbiamo mai chiesto di uscire dalla Ue, e abbiamo detto che non avremmo lasciato il Paese nel caos. Questa linea la porteremo avanti anche dopo le elezioni». Lo ha detto il capo politico del M5s Luigi Di Maio, incontrando la Confcommercio a Milano. Segnali distensivi verso la Ue anche sul tema del rispetto dei parametri: «Prima di parlare di sforamento del 3% andrei a vedere come si spendono i soldi»

Insomma nessuno ha mai detto che avrebbe fatto cose. Cose come uscire dall'UE, agitare lo scalpo dell'Italexit dall'Euro, ridiscussione del debito pubblico nelle città amministrate etc etc. Niente di niente. E se qualcuno se ne accorge è solo uno svitato, come chi sta scrivendo queste poche righe.
Distensione è la parola chiave di questi giorni pre-Governo. Termine su cui il buon Guareschi aveva già ironizzato sui rapporti fra il PCI e la Chiesa in «Don Camillo Monsignore ma non troppo»: «Beh, possiamo percorrere questa strada insieme, Senatore», diceva il neoeletto Monsignore, «siamo in piena distensione!».

Qualche anno fa, tuttavia, era ben altro il tenore dei commenti dei due vincitori delle elezioni appena conclusesi:

Rispettre i vincoli significa «calare le braghe» all'UE. Giusto un tantino differente da quanto appena dichiarato (vd sopra). Ops!

O ancora:

Meglio ancora erano le performance politiciste di Di Maio su «chiediamo il parere agli Italiani sull'Euro, così da avere potere "contrattuale" (SIC!) in più a quei tavoli [europei n.d.r.]».



Lo so che è da tempo che cito Fantozzi ma anche in questo caso non mi sembra improprio tirare in ballo il ragioniere. Tutta questa vicenda, per cui entrambi partono «incendiari e fieri ma quando arrivano sono tutti pompieri», come cantava Rino Gaetano, mi ricorda la scena del Conte Catellani, quello del biliardo e della statua della madre a cui i dipendenti dovevano inchinarsi prima di entrare a lavorare. Un giorno Fantozzi, dopo aver intruppato contro lo spigoloso ferro da maglia della statua posta al centro della scalinata, inizia a prendere a calci la struttura inanimata dicendo «Puttana! Vecchia Stronza!». Catellani, ovviamente, non poteva lasciare correre quel gesto d'insubordinazione e irrompe nella sala mensa in piena pausa pranzo: «Lo diceva sua moglie quando urlava vecchia stronza e puttana, vero?». Filini e Fantozzi, servilmente, confermarono, anzi, lo urlarono di nuovo, rivolgendo gli insulti alla povera Pina.
Le istituzioni Europee sono un po' come Catellani di fronte a Fantozzi e Filini (M5s e Lega): «Quando dicevate di uscire dall'Euro parlavate delle vostre mogli, vero?».

Ma quale "altra Europa", «rinegoziare i trattati non è possibile». [E non sono io, un signor qualunque, a dirlo]


«[…] Ovviamente le elezioni italiane rappresentano un ostacolo [come] il segnale del nazionalismo che avanza anche nei paesi che dovrebbero essere il cuore della costruzione comunitaria. Ciò detto, il pericolo per l’Italia, soprattutto nel momento in cui si apre una fase di incertezza e di instabilità che rischia di essere particolarmente lunga, è di essere messa ai margini dal dibattito sul futuro dell’Europa che riguarda la ristrutturazione della zona euro, il bilancio pluriennale dell’Ue: questioni decisive che riguardano anche il futuro del nostro Paese. 
C’è poi la possibilità che al Governo arrivi una forza come quella della Lega, Matteo Salvini ha confermato ieri come l’Euro sia destinato a finire o come il Movimento 5 Stelle, che ha attitudini molto ambigue rispetto alla moneta unica: ancora oggi si dice [dalle parti del Movimento n.d.r.] di voler ridiscutere i trattati. L’esperienza della Brexit e della [mancata? n.d.r.] Grexit insegna una cosa: l’UE è pronta a discutere con qualsiasi governo e pronta a discutere qualsiasi scenario, lasciando libertà ai suoi stati membri, però nel rispetto delle regole e di tutti. Il che significa che rinegoziare i trattati non è possibile, fondamentalmente». 

Il virgolettato, sbobinato da me medesimo, appartiene a David Carretta, corrispondente a Bruxelles di «Radio Radicale» ed è tratto dal collegamento di stamattina nell'abito del notiziario mattutino dell'emittente (lo trovate qui dal primo minuto fino a 6:45: https://www.radioradicale.it/scheda/535130/notiziario-del-mattino).
L'europeismo "di parte" di Carretta lo lascio stare per un attimo e prendo in considerazione quel che dice classificandolo come il commento di un cronista preparato in questioni europee, quale è Carretta: è evidente che quello che ha detto lo ha pronunciato conscio di quello che stava proferendo. «Ridiscutere i trattati», secondo l'UE, «è impossibile». Si può prevedere l'uscita di un Paese, come accaduto al Regno Unito, ma la ridiscussione è del tutto improbabile, anzi.
Né è ammessa dalla struttura politico-finanziaria dell'UE.

La questione, checché ne dicano gli ingenui pro-UE o i fanatici di una cosiddetta "altra Europa", è spiegata con logica cristallina dal giornalista di «Radio Radicale» e forse il commento di Carretta è più diretto a costoro (i sostenitori di una Europa "diversa") che ad altri: la riformabilità  dell'UE dall'interno è un'ipotesi inesistente e rappresenta uno scenario non contemplato dall'UE stessa. La stessa mossa dei paesi fondatori di far nascere prima l'Unione economico-monetaria e in un secondo momento organizzare la cosiddetta "Europa politica" non è un errore, come viene definito da taluni. È una scelta politica chiarissima: il sistema economico capitalista, declinato come neoliberismo, è il guscio di una struttura ademocratica, cioè priva di democrazia, e antidemocratica, estremamente contraria alle logiche di democrazia parlamentare e rappresentativa così come conosciuta per tutti gli anni '90 del Novecento; al dissenso (quale che sia) e alle politiche sociali.
È sempre più necessario agire, anche nel proprio quotidiano, da anticapitalisti non solo da antiliberisti: dichiararsi antiliberisti presuppone accettare un capitalismo moderato in cui il welfare state può ritrovarsi e riadattarsi. Quel periodo storico, tuttavia, non si ripresenterà più e i mercati fagociteranno qualsiasi iniziativa pro-stato sociale, in ogni luogo del Pianeta. Emblematiche furono le dichiarazioni della Ministra della Sanità della Lituania nel 2014: «la sanità non è per tutti ma per chi se la può permettere». Allo stesso modo gli altri servizi. È il capitalismo, bellezza.

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